F1 Imola Turchia
Il Presidente della Repubblica turca, Erdogan, alla cerimonia di presentazione del GP di Istanbul

Nel panorama della F1, l’annuncio del ritorno del Gran Premio di Turchia all’Istanbul Park a partire dal 2027 rappresenta un segnale chiaro di dinamismo e lungimiranza. La pista turca, che aveva già ospitato gare memorabili tra il 2005 ed il 2011 e nel biennio tra il 2020 e 2021, tornerà in calendario per almeno 5 anni grazie a un accordo solido stretto tra Formula 1 e il Ministero della Gioventù e dello Sport della Turchia. 

Il governo turco, sotto la guida del Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha dimostrato una determinazione esemplare: ha investito risorse, garantito stabilità organizzativa e promosso attivamente il motorsport come vetrina internazionale. Le associazioni sportive turche, in primis la Turkish Automobile Sports Federation (TOSFED), hanno lavorato con efficacia e coesione, trasformando l’entusiasmo di milioni di fan (oltre 19 milioni di appassionati nel Paese) in un contratto concreto. 

Questo ritorno non è frutto del caso, ma di una politica statale che vede nella massima categoria un’opportunità di crescita economica, turistica e tecnologica. La Turchia si posiziona così come un hub affidabile, capace di offrire infrastrutture moderne, ospitalità rinomata e un ambiente sicuro per un evento globale.

F1 Imola Turchia
Il Presidente della TOSFED Eren Uclertopragi, con Erdogan.

L’addio di Imola: la fine di un’icona senza una difesa adeguata

Parallelamente, il calendario 2026 della Formula 1 segna l’addio definitivo (almeno per ora) al Gran Premio di Imola. Dopo anni di presenza intermittente, culminati nella stagione 2025 come ultima apparizione confermata, Imola esce dal calendario per fare spazio a nuove destinazioni, mantenendo il tetto massimo di 24 gare. 

Il tracciato italiano, carico di storia e passione, lascia un vuoto significativo nel cuore degli appassionati europei. Eppure, questo addio non appare come una scelta inevitabile dettata solo da logiche di mercato globale, bensì come il risultato di un fallimento strutturale nella gestione nazionale. Imola, nonostante il suo fascino unico e il sostegno del pubblico locale, non ha trovato la forza contrattuale e finanziaria necessaria per resistere alla rotazione imposta dalla F1.

Autodromo di Imola
Autodromo di Imola

Le responsabilità delle associazioni italiane e del Governo

Le responsabilità di questo addio ricadono in modo evidente sulle associazioni italiane preposte al motorsport, in particolare l’Automobile Club d’Italia (ACI). L’ente ha mostrato, nel corso degli anni, un approccio spesso burocratico e poco incisivo, incapace di garantire continuità e di negoziare con la necessaria aggressività con Liberty Media. Invece di unire forze per difendere entrambe le gare italiane (Monza e Imola), l’ACI ha contribuito a una gestione frammentata che ha indebolito la posizione complessiva del Paese sul palcoscenico internazionale.

A questa inefficienza si aggiunge il ruolo del governo italiano. Nonostante annunci periodici di fondi straordinari (decine di milioni di euro stanziati in vari decreti per infrastrutture sportive), l’intervento statale è apparso tardivo, discontinuo e insufficiente a creare un progetto strategico di lungo periodo. Mancano una visione unitaria, investimenti stabili e una diplomazia sportiva aggressiva capace di trattare alla pari con promoter internazionali. Il risultato è paradossale: l’Italia, culla storica della Formula 1 e patria della Ferrari, si ritrova con un solo Gran Premio certo, mentre altre nazioni emergenti o consolidate strappano spazi con maggiore determinazione. Le alluvioni del 2023 e le difficoltà logistiche hanno ulteriormente evidenziato una fragilità organizzativa che non è stata sanata con interventi strutturali tempestivi.

lo start del gp di Imola
lo start del gp di Imola

Il contrasto con il modello turco: efficienza contro inefficienza

Il paragone tra i due casi risulta impietoso ma illuminante. Da una parte, la Turchia ha saputo mobilitare governo, ministeri e federazione sportiva in un fronte compatto, ottenendo un contratto pluriennale e proiettando un’immagine di modernità e affidabilità. Dall’altra, l’Italia ha lasciato che divisioni interne, ritardi burocratici e mancanza di una strategia nazionale portassero alla perdita di Imola senza una vera battaglia.

Le associazioni turche hanno dimostrato capacità di lobbying efficace e di esecuzione impeccabile, sostenute da un esecutivo che considera lo sport motore di sviluppo. In Italia, invece, ACI e istituzioni governative appaiono ancora ancorate a logiche provinciali o elettorali di breve respiro, incapaci di difendere un patrimonio che va oltre il singolo evento: turismo, indotto economico, immagine del made in Italy nel mondo.

F1 Imola Turchia
Il pilota Yuki Tsunoda alla guida della Red Bull RB8, per le strade di Istanbul

Una lezione da imparare

Il ritorno del GP di Turchia e l’addio di Imola non rappresentano soltanto due notizie di calendario: simboleggiano due approcci opposti alla gestione di un asset globale come la Formula 1. Mentre Ankara e le sue istituzioni celebrano un successo meritato, Roma e le sue associazioni sportive devono fare i conti con un’occasione persa. 

Affinché l’Italia non continui a perdere terreno, servirebbe un cambio radicale: maggiore professionalità, meno burocrazia e una reale volontà politica di investire nello sport motoristico non come costo, ma come opportunità strategica. Altrimenti, il rischio concreto è quello di assistere, anno dopo anno, ad altri addii silenziosi di luoghi storici, mentre nazioni più determinate conquistano il futuro della Formula 1.


Crediti foto: AFP, AP, Türkiye Today

Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui