Ferrari, l’allarme che può cambiare tutto: il vero problema forse non è la SF-26
Le parole di Hamilton sul simulatore riaprono un vecchio timore a Maranello: senza correlazione tra pista e strumenti virtuali, lo sviluppo rischia di bloccarsi.

Ne avevamo parlato cinque giorni fa in un articolo che potete leggere a questo link: clicca qui. Lewis Hamilton aveva lanciato un allarme che andava interpretato con attenzione, perché poteva nascondere problematiche ben più profonde, ossia quelle legate alla correlazione.
Il sette volte campione del mondo aveva spiegato che, in vista del Gran Premio del Canada, intende cambiare approccio e concentrarsi meno sulla sfera simulativa e più sulla pista. Secondo il britannico, infatti, ciò che aveva visto al simulatore, le sensazioni emerse dal "ragno" di Maranello, lo avevano portato fuori strada a livello di setup nel Gran Premio di Miami.
Dopo un inverno e una prima parte di stagione in cui Hamilton ha lavorato parecchio al simulatore, è nata quindi questa nuova idea di provare strade differenti. Chiaramente, a un’analisi superficiale, potrebbe sembrare il vezzo o il capriccio di un pilota che non riesce a trovare la quadra e cerca qualsiasi soluzione possibile. Nell’articolo a cui abbiamo fatto riferimento, però, avevamo già sollevato una questione precisa: e se la Ferrari avesse problemi di correlazione tra pista e simulatore?

I dubbi sulla correlazione che iniziano a serpeggiare a Maranello
Non è un fatto certo, ma il dubbio comincia a serpeggiare. Lo ha lasciato intendere anche un ingegnere di vecchio corso, una vecchia conoscenza rossa come Rob Smedley, che ha spiegato come le parole di Hamilton alimentino interrogativi sulla correlazione tra pista e simulazione. Nel podcast High Performance, l’ingegnere ha detto che, da un punto di vista tecnico, è demoralizzante quando si innesca un circolo vizioso in cui il team inizia a chiedersi cosa funzioni davvero e cosa no.
Smedley ha spiegato che, se non esiste correlazione tra strumenti come galleria del vento e simulatore rispetto ai dati raccolti in pista, allora bisogna ripartire praticamente da capo, avviando un processo di ingegneria inversa e tornando persino in galleria del vento per correggere ciò che doveva risolvere. Tutto questo, inevitabilmente, blocca lo sviluppo e alimenta quel circolo vizioso di dubbi e correzioni continue.

Prima della SF-26 Ferrari deve capire se i suoi strumenti stanno dicendo la verità
Una situazione del genere fa sprecare energie e perdere tempo. L’ingegneria inversa, infatti, serve a correggere difetti e diventa quasi un’indagine tecnica su elementi che, invece, dovrebbero fornire risposte chiare al team. Ecco perché questa problematica inizia a preoccupare: si teme che la Ferrari possa essere ricaduta in quei problemi di correlazione già emersi nel precedente ciclo tecnico.
Se così dovesse essere, allora le parole di Hamilton assumerebbero un peso completamente diverso e andrebbero analizzate con molta attenzione. Soprattutto perché Ferrari dovrebbe capire dove intervenire realmente: forse prima sulla correlazione e solo dopo sulla SF-26.
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