Tifosi e giornalisti supporter, dove eravate il 12 Dicembre 2021?
Nelle qualifiche austriache, l'errore, se c'è stato, è della direzione gara. Attribuire responsabilità a Russell o parlare di complotti significa alimentare una polemica senza fondamento mostrando ignoranza storica.

Sono trascorse diverse ore dalla pole position conquistata da George Russell nel GP d'Austria, eppure le polemiche non accennano a placarsi. Anzi, col trascorrere del tempo sembrano acuirsi, farsi più feroci, sempre più sganciate dalla realtà dei fatti.
George Russell ha compiuto esattamente ciò che doveva fare, con scrupolo e precisione regolamentare. Nel momento in cui veniva esposta la singola bandiera gialla, ha semplicemente sollevato il piede nel microsettore, e i dati telemetrici dimostrano con assoluta incontrovertibilità che non ha ricavato alcun vantaggio da quel tratto di pista.

Gp Austria: direzione sbadata ma non connivente
Su questo si può aprire una discussione legittima. Forse sarebbe stata più opportuna l'esposizione immediata della doppia bandiera gialla, arrivata invece qualche istante più tardi, con quello che potrebbe configurarsi come un ritardo da parte della direzione gara. Ma di questo George Russell non può essere ritenuto corresponsabile, né la Mercedes può essere dipinta come la protetta della FIA, la scuderia privilegiata a cui vengono sistematicamente elargite decisioni favorevoli.
Eppure è precisamente questa la narrazione che ha preso piede dalla serata di ieri. Una narrazione che, a ben guardare, serpeggia da mesi, da quando in questa stagione la Mercedes ha individuato una soluzione tecnica di straordinaria efficacia sul fronte dei rapporti di compressione. Come accade invariabilmente in Formula 1, quando una vettura trova un'intuizione vincente o si afferma come la più veloce, chi rimane indietro - e soprattutto una certa frangia della tifoseria, sobillata da una parte della stampa - è pronta a scagliare il proprio anatema, seminando dubbi e insinuando sospetti. Provate ad asserire i l contrario.
Anche ieri chi detiene i diritti televisivi della Formula 1 in Italia - va detto, non l'intera platea degli ospiti in studio, ma alcuni in particolare che preferiamo non nominare - si è lasciato andare a considerazioni oggettivamente discutibili.
Se un errore vi è stato, ieri, esso appartiene in via esclusiva alla direzione gara. Non è stato perpetrato con l'intenzione di favorire Russell né di penalizzare la Ferrari.
Sarebbe quanto mai auspicabile uscire da questo meccanismo perverso, da questo vittimismo esasperato che certi osservatori alimentano con dovizia di retorica e che finisce inesorabilmente per nutrire una parte dei tifosi comprensibilmente amareggiati per quanto accaduto, e tuttavia mal serviti da chi dovrebbe informarli piuttosto che istigarli.

Signore e signori, stiamo parlando di una pole position che, su un circuito come il Red Bull Ring, potrebbe pesare anche relativamente poco, considerata la conformazione del tracciato e le concrete possibilità di sorpasso che esso offre. Si sta sollevando un polverone smisurato attorno a un episodio tutto sommato marginale e, soprattutto, attorno a una situazione della quale George Russell non porta la minima responsabilità. Ha fatto semplicemente ciò che avrebbe fatto chiunque: alzare di poco il piede dinanzi a una singola bandiera gialla. Possiamo discutere dell'errore della direzione gara. Possiamo invocare argomenti di sicurezza. Ma lasciamo fuori l'etica.
In un sistema normativo codificato, l'etica opera a monte della stesura delle regole, non a valle. Se il regolamento stabilisce che, in regime di singola bandiera gialla, il pilota debba semplicemente moderare la velocità, non esiste questione interpretativa che regga. Non esiste il cosiddetto "spirito del regolamento", concetto evocato fin troppo sovente per sostenere posizioni squisitamente personalistiche e, sotto il profilo giuridico, assai labili.
La memoria corta e selettiva porta ad analisi strumentali
La riflessione più spontanea, a questo punto, è un'altra. Dove si trovavano tutti questi tifosi indignati? Dov'erano questi osservatori così prodighi di narrazioni funzionali a interessi di parte? Dov'erano il 12 dicembre 2021, quando andò in scena uno degli episodi più controversi e laceranti della Formula 1 moderna? Quando Michael Masi stravolse il regolamento e, di fatto, privò Lewis Hamilton di un titolo mondiale conquistato sul campo con ineccepibile merito sportivo?
Con ogni probabilità erano lì a gongolare, poiché il potente di turno - la Mercedes, la stessa Mercedes che oggi viene additata come la prediletta della FIA - veniva spossessata di una vittoria pienamente guadagnata.
Anche allora, Max Verstappen non aveva colpa alcuna. Non era lui l'artefice dello stravolgimento regolamentare. La responsabilità gravava in capo esclusivamente al direttore di gara. Verstappen fece semplicemente ciò che ogni pilota avrebbe fatto: sfruttò una situazione favorevole e si aggiudicò un Mondiale che, dal suo punto di vista, è e rimane pienamente legittimo.

Ed è proprio questo a rendere ancor più sorprendente - per non dire sbalorditivo - il comportamento di tanti indignados dell'ultima ora. Gli stessi che oggi riversano il loro sdegno sui social, molti dei quali recano persino un tesserino dell'Ordine dei giornalisti in tasca, allora ridevano, evocavano il contrappasso, parlavano di nemesi storica con malcelata soddisfazione.
Oggi, invece, piangono, alimentano polemiche, gettano benzina sul fuoco e palesano, in tutta la loro evidenza, la propria incongruenza di fondo. Non me la prendo con nessuno in particolare, ma con molti in generale. Ciò che difetta, in questo dibattito, è la coerenza.
Gli errori sono errori. Ieri la direzione gara ne ha presumibilmente commesso uno, ma non per favorire deliberatamente Russell. Le topiche esisteranno sempre, in ogni competizione umana. Sbagliare non implica necessariamente voler agevolare qualcuno o danneggiare qualcun altro. Significa, molto più semplicemente, non aver preso, in una frazione di secondo, la decisione probabilmente più corretta: esporre immediatamente la doppia bandiera gialla. Ma quei pochi secondi sono stati sufficienti perché Russell transitasse nel tratto in questione e conquistasse una pole position del tutto legittima sul piano regolamentare.
Suscitano un certo sorriso anche le critiche rivolte a Toto Wolff, reo di aver definito, al termine delle qualifiche, la manovra del suo pilota come una scelta intelligente, sottolineando come Andrea Kimi Antonelli non avesse fatto altrettanto.
Ebbene, Antonelli avrebbe dovuto fare esattamente la stessa cosa. È stato consigliato male dal muretto, ha di fatto rinunciato al giro davanti a una singola bandiera gialla, quando il regolamento insegna inequivocabilmente che, in quella circostanza, non è affatto necessario abortire il tentativo.
Questo è cinismo sportivo. Ed è proprio quella fredda lucidità tattica a fare spesso la differenza tra chi vince (ricordate Michael Schumacher trionfare passando per i box per scontare in maniera “fantasiosa” una penalità?) e chi, invece, preferisce levare il grido al complotto, invocare lo sport marcio e imbastire narrazioni prive di qualsiasi fondamento.
Gli stessi che, non senza una certa ironia, da quello "sport marcio" continuano da anni a trarre visibilità e lucro. Se proprio volete raccontarlo, fatelo almeno con onestà intellettuale, senza soffiare inutilmente sulle braci della polemica. Benedetto Croce scriveva che “la critica è un fucile molto bello, ma deve sparare poco”. Oggi, invece, sembra che quella critica sia stata equipaggiata di un kalashnikov e spari raffiche ininterrotte di corbellerie. Che nessuno me ne voglia.
Buona domenica, buon Gran Premio d'Austria. E che vinca il migliore. Con o senza bandiere gialle.
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