Andrea Kimi Antonelli, Mercedes F1
Antonelli osserva i colleghi girare in pista

Fioccano in questi giorni più che mai paragoni sul pilota del momento (e probabilmente dell’anno), Andrea Kimi Antonelli. Come più volte ribadito, il team principal Mercedes Toto Wolff non vuole che la sua punta di diamante patisca l’onere del confronto con nomi illustri della storia di questo sport, ma a quanto pare il mondo della comunicazione in generale sembra essere sordo a tale richiamo. Oltretutto, paragonare piloti di epoche (e tecnologie) diverse è sempre piuttosto fuorviante, ma tant’è.

Andrea Kimi Antonelli, Gp Monaco 2026
Andrea Kimi Antonelli vola in piscina dopo la vittoria del Gp di Monaco

Perché non accostarlo ad Ayrton Senna

Il primo nome celebre a cui è stato accostato è quello di Ayrton Senna: indubbiamente una grande responsabilità, ma a guardarli meglio attraverso una lente, non risultano poi così vicini.

Basti pensare semplicemente agli esordi: il brasiliano alla guida della Toleman per la stagione 1984 ha dovuto guadagnarsi rispetto e credibilità a suon di sportellate. D’altronde faceva parte di un team discretamente modesto, dunque la strada per far partire il suo successo da lì non era esattamente spianata.

Al contrario, il talento bolognese è un puro prodotto Mercedes: selezionato e cresciuto nel vivaio diretto da Toto Wolff, ha finanche saltato le fasi di assestamento in F1 esordendo direttamente in un top team e, per di più, andando ad occupare il sedile lasciato vuoto dal sette volte campione del mondo Lewis Hamilton.

Senna guidava d’istinto, contraddistinguendosi per la sua mossa cosiddetta "throttle tapping": piuttosto che schiacciare l’acceleratore in maniera fluida e singolare, preferiva dare tanti piccoli e reiterati colpetti sul pedale, favorendo l’ingresso dell’aria nel motore che contribuiva a mantenere la turbina su di giri.

Antonelli, al contrario, proviene dalla "scuola-simulatore": decisamente un alunno modello, bravo a fare i "compiti a casa" allenandosi diligentemente, con telemetrie e dati al millesimo alla mano, che gli consentono di avere un certo margine di prevedibilità in gara. Insomma, siamo ben lontani dal bimbo brasiliano che trascinava il suo kart in pista sotto la pioggia pur di esercitarsi e migliorarsi anche in condizioni da bagnato.

Ferrari Max Verstappen F1
Ayrton Senna

E perché non accostarlo neppure a Schumacher

Neanche il paragone con il Kaiser sembrerebbe permeante. Se l’infanzia di Kimi non sembra connotata da particolari drammi o difficoltà familiari, al contrario quella di Schumacher è stata caratterizzata da problemi economici di una umile famiglia che gestisce il piccolo kartodromo di Kerpen arrancando per arrivare a fine mese. Schumi cresce con la "fame" di coloro che sanno di dover stringere la cinghia per vivere, che si tramuterà presto in "fame agonistica" non appena ne avrà l’occasione.

Agli esordi in Jordan nel 1991 e negli anni a venire, Schumi non stava simpatico a nessuno: sguardo arcigno e mento pronunciato contribuiscono a rafforzare quell’idea comune di cattiveria che serpeggia sul suo conto (ed in pista sembra proprio voler confermare questa etichetta).

Al contrario, Kimi è cresciuto in una famiglia amorevole ed unita: basti pensare alle tante idilliache foto che circolano sul web insieme a mamma Veronica, papà Marco e alla sua sorellina Maggie. Un clima sereno e disteso ha abbracciato Kimi sin dai primi passi della sua carriera, con la consapevolezza di poter contare su un padre presente quel tanto che basta per sostenerlo ed incoraggiarlo senza mai fare ombra.

Completamente l’opposto di ciò che ha vissuto Michael: il padre Rolf non era esattamente favorevole alla carriera da pilota e, anche quando le cose hanno iniziato a girare bene, accettava malvolentieri il sostegno economico che il suo primogenito provvedeva a fornire loro. Perfino quando si è trattato di finanziare il debutto nel mondo del motorsport per suo fratello Ralf, non ci sono stati né apprezzamento né riconoscenza; neppure da parte del diretto interessato, che anzi più volte nell’arco della sua carriera è stato per Michael più un nemico che un amico.

Mick Schumacher
Michael Schumacher col suo iconico casco rosso

Ed infine, perché non paragonarlo neanche a Max Verstappen

Pur essendo entrambi figli di epoche molto affini, neppure Max e Kimi sono del tutto simili.

Analizziamo rapidamente il rapporto con i rispettivi padri: se su Marco Antonelli non è necessario soffermarsi oltre, su Jos Verstappen invece sì. "Educazione siberiana" potremmo definirla. Jos ha cresciuto un vero e proprio robottino progettato per correre e vincere.

Di Max è stato spesso detto che è freddo e meccanico nel correre, un congegno perfettamente funzionante programmato ad hoc per diventare un fabbricante di titoli mondiali in serie. E così è stato.

Kimi, al contrario, ha quella freschezza e quella gioia di correre tipica di coloro che fanno questo lavoro per vocazione, con la spontanea leggerezza dei suoi neppure vent’anni. Forse è anche per questo che sembra aver messo quasi tutti d’accordo, ed anche lo stesso Max pare averlo preso sotto la sua ala protettrice.


Clicca qui per aggiungere Formulacritica come fonte preferita su Google Discover 

Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui