L'uomo che avrebbe potuto cambiare tutto - Venticinque anni senza Michele Alboreto
Un 25 aprile che sa ancora di lutto. Il pilota che amò la Ferrari più di ogni titolo, e che l'asfalto si portò via troppo presto.

Se ne andava un 25 aprile. Esattamente venticinque anni fa - oggi - ci lasciava Michele Alboreto. Quattro mesi dopo il giorno di Natale. Stiamo uscendo un po' di strada, anzi di pista, direte voi. Ma lui, in occasione delle Festività del 1987, si era presentato insieme a Ezio Zermiani in piazza Duomo a Milano a bordo della F40 per porgere gli auguri della Ferrari a tutti gli italiani. Era un'altra Italia. E un'altra Formula 1.
Forse quel gesto fu un segno di preavviso, come se avesse saputo in anticipo che la stagione successiva sarebbe stata l'ultima su una vettura di Maranello. Come se qualcosa, dentro di lui, avesse già cominciato a congedarsi.

La Ferrari, Enzo e un sogno che sfiorò l'eternità
Michele fu l'uomo che avrebbe potuto regalare all'Italia l'ultimo Mondiale con Enzo Ferrari ancora vivo. Nel 1985 lottò con Alain Prost per il titolo, centimetro su centimetro, curva dopo curva. Ma il Drake abbandonò le turbine tedesche KKK - azienda sospettata di essere in combutta con le McLaren targate Porsche - e il sogno scivolò via tra le dita. Non per colpa sua. Mai per colpa sua.
Zermiani ricordò quell'episodio alla Domenica Sportiva del 29 aprile 2001, quattro giorni dopo la morte di Michele, con una frase che taglia ancora: "La Ferrari è in debito con Alboreto".
C'è poi un ricordo personale, intimo, quasi tenero. Quando Michele mostrò a Stella Bruno una fotografia in cui lui ed Elio De Angelis fingevano di prendersi a pugni - due bambini grandi, due piloti enormi che si prendevano in giro con gli occhi che ridevano - disse soltanto: "Tengo molto a questa foto". Poche parole. Ma in quelle parole c'era tutto: l'uomo che sapeva essere qualcosa di più di un pilota, che seppe valicare l'asfalto e arrivare alle persone.

L'asfalto che non perdona
Proprio l'asfalto gli fu fatale, in quel 2001 che ancora brucia. Il 25 aprile Michele Alboreto stava collaudando le nuove Audi R8 Sport al Lausitzring, in preparazione della 24 Ore di Le Mans. Affrontava un rettilineo - il posto dove i piloti si sentono più liberi, dove la velocità è quasi pace - quando una foratura allo pneumatico posteriore sinistro avviò in silenzio la catastrofe. La pressione calò gradualmente, inesorabilmente, senza che ci fosse il tempo di capire, di reagire, di salvarsi. L'auto uscì di pista, colpì una recinzione sulla destra e si cappottò dopo un volo di un centinaio di metri. Il decesso arrivò sul colpo.
L'inchiesta successiva stabilì la fatalità, sollevando il pilota da ogni responsabilità e chiudendo molte, troppe polemiche. Ma le inchieste non consolano. Le sentenze non restituiscono.
Tre giorni dopo, una folla commossa salutò Michele a Basiglio. Gente comune, tifosi, amici, sconosciuti che piangevano come si piange per qualcuno di famiglia. Perché Michele Alboreto era diventato, nel tempo, qualcosa che va oltre i punti in classifica e i podi: era diventato un affetto collettivo.
Oggi, a venticinque anni da quella mattina di aprile, il silenzio intorno al suo nome è ancora caldo. Non il silenzio dell'oblio - quello che spegne i grandi e cancella i visi - ma il silenzio di chi è ancora lì, presente, in quella foto con Elio, in quella F40 in piazza Duomo, in quei giri del 1985 che avrebbero potuto riscrivere la storia.
Ciao Michele.