Aston Martin: tra problemi strutturali e primi segnali di reazione
Senza punti e con un ritardo nettissimo dal resto del gruppo, il team di Silverstone prova a rimettere ordine: affidabilità e comprensione tecnica restano i nodi centrali

L’avvio del mondiale 2026 ha messo la Aston Martin davanti a una realtà difficile da aggirare. Le aspettative erano alte, anche per l’arrivo di Adrian Newey e per un progetto tecnico che, almeno sulla carta, prometteva soluzioni interessanti. La pista, però, ha raccontato una storia diversa.
Tra problemi di affidabilità, limiti operativi e una competitività ancora tutta da definire, il team si ritrova nelle retrovie della griglia senza aver raccolto punti nelle prime gare. Un quadro che impone una lettura lucida: capire cosa non sta funzionando e, soprattutto, quanto margine reale esista per invertire la tendenza nel breve periodo.

Un avvio condizionato da limiti tecnici evidenti
I primi segnali erano arrivati già nei test. Il ritardo con cui la squadra si è presentata allo shakedown di Barcellona aveva inizialmente alimentato curiosità più che preoccupazione, anche perché la vettura mostrava scelte tecniche non banali. Ma tra Bahrain e le prime gare è emersa una fragilità diffusa.
Il dato più indicativo resta il chilometraggio: poco più di 300 giri completati nei test contro numeri ben più consistenti di squadre come McLaren, Mercedes e Ferrari. Un divario che ha limitato drasticamente la comprensione del pacchetto.
Il problema principale si è concentrato sull’unità di potenza Honda, in particolare sulle vibrazioni. Un limite che ha avuto effetti diretti sull’utilizzo della monoposto: stint corti, impossibilità di accumulare dati e, nei casi peggiori, ritiri o rientri anticipati ai box.
In Australia nessuna delle due vetture ha chiuso la gara. In Cina il copione si è ripetuto. Solo in Giappone Fernando Alonso è riuscito a vedere la bandiera a scacchi, ma lontano dalla zona punti. Sul fronte qualifica, il quadro è altrettanto drammatico: nessuna presenza in Q2 e una miglior posizione che non va oltre la parte bassa dello schieramento. La conseguenza è inevitabile: zero punti e fondo della classifica costruttori, in compagnia di Cadillac.

Aston Martin - Piccoli segnali e incognite sul futuro
Nonostante il contesto, qualche elemento utile per una lettura meno statica è emerso. A Suzuka, Alonso è riuscito a completare una distanza di gara quasi piena, segnale che qualcosa sul fronte affidabilità si sta muovendo. Solo poche settimane prima, la finestra operativa della vettura era estremamente ridotta.
Anche le fasi di partenza hanno mostrato una certa efficacia, segno che alcune aree della monoposto funzionano e che il pilota spagnolo conserva intatti riflessi e gestione. Parallelamente, il team ha iniziato a ridurre i problemi nelle sessioni di prove e qualifiche, pur restando lontano da una condizione stabile.
La pausa forzata di aprile rappresenta, in questo senso, un passaggio chiave. Non solo per lo sviluppo, ma anche per la produzione: nelle prime gare la squadra ha dovuto gestire una carenza di componenti, in particolare legati al sistema batterie, arrivando a fermare le vetture in via precauzionale.
Sul fronte motoristico, il lavoro con Honda è diventato centrale. La presenza prolungata di figure chiave come Andy Cowell in Giappone indica quanto il nodo vibrazioni sia considerato prioritario. Senza una soluzione strutturale, qualsiasi progresso rischia di restare parziale.
Il problema, però, non è solo interno. Davanti, Mercedes ha preso il comando, mentre Ferrari e McLaren hanno segnali di concerta solidità. Alle loro spalle si è formato un gruppo compatto – con Alpine, Racing Bulls, Audi, Haas e persino Red Bull – che rende ancora più difficile rientrare nella zona punti.
Questo significa che anche un miglioramento tecnico potrebbe non tradursi immediatamente in risultati.

Le dichiarazioni interne confermano una linea realistica. Alonso parla di progressi, ma senza forzare i tempi. Lance Stroll insiste sulla necessità di affrontare i problemi uno per volta. E Mike Krack ha riconosciuto apertamente che il livello prestazionale attuale non è sufficiente.
Il punto, ora, è duplice. Da un lato risolvere le criticità dell’unità propulsiva per sbloccare affidabilità e chilometraggio. Dall’altro iniziare a leggere davvero il telaio progettato sotto la supervisione di Newey, che finora è rimasto in gran parte inesplorato proprio a causa dei limiti operativi.
C’è poi un fattore meno misurabile ma non secondario: la tenuta del gruppo. In una fase del genere, mantenere coesione interna e motivazione diventa parte integrante del lavoro. Anche perché, sullo sfondo, resta la situazione di Alonso, consapevole che il tempo per inseguire un terzo titolo non è infinito.
Aston Martin è quindi in una fase di transizione reale, non dichiarata. I primi segnali di reazione esistono, ma il ritardo accumulato e la complessità del regolamento 2026 impongono grande prudenza. Più che una rincorsa immediata, il team è chiamato a costruire basi tecniche solide per evitare che questa stagione si trasformi in un riferimento negativo anche sul medio periodo.