Persino la Formula 3 è più divertente della Formula 1
Dalla gestione esasperata al crollo del piacere di guida: anche la F3 è capace di dare più emozioni della serie iridata

Così come la si osserva in questa fase iniziale del campionato 2026, la Formula 1 è una delusione pressoché totale. Gli attacchi arrivano da ogni dove: ex piloti, osservatori, tifosi. Gli unici che sembrano invece trarre soddisfazione da questa categoria sono i vertici di Liberty Media. Stefano Domenicali gira il mondo, attraversa redazioni, rilascia dichiarazioni dal tono entusiastico e, mentre la casa brucia, sembra quasi divertirsi, sostenendo che va tutto bene. Contento lui…
Ma la realtà racconta altro. Anche all’interno della FIA emergono forti perplessità rispetto a questo regolamento. Nikolas Tombazis, direttore delle monoposto per conto dell’ente federale, non ha nascosto le criticità. Non è un caso che, durante il mese di pausa forzata, sia stato necessario rivedere alcuni parametri e introdurre correttivi che, secondo molti protagonisti, avranno un impatto limitato. Lo ha spiegato chiaramente anche Max Verstappen nel presentare il Gran Premio di Miami.

Piloti contro il sistema: dalla frustrazione tecnica alla perdita di identità
Proprio Verstappen è uno dei piloti più critici della Formula 1 attuale. Non è la prima volta che lo sottolinea, ma negli ultimo tempi il tono è ancora più netto: ha ribadito persino la possibilità di lasciare il Circus qualora la direzione intrapresa non cambi. Una presa di posizione che pesa, perché arriva dal riferimento della categoria.
Ma la critica è trasversale. Anche Lewis Hamilton ha espresso il proprio disappunto, puntando il dito contro il coinvolgimento pressoché nullo dei piloti nei processi decisionali. Charles Leclerc, invece, ha messo a fuoco un altro aspetto centrale: il crollo del piacere in qualifica, storicamente uno dei momenti più puri e intensi del weekend.
Il quadro che emerge è chiaro: non si tratta di un attacco pretestuoso o ideologico. Le nuove regole hanno profondamente snaturato il concetto stesso di guida. I piloti, oggi, sono sempre più gestori, amministratori (di condominio verrebbe da dire) di un sistema complesso, piuttosto che interpreti estremi dello sport più veloce del mondo. L’esecuzione ha lasciato spazio alla gestione, il limite alla conservazione.

Il paradosso Stroll: quando anche il silenzio diventa accusa
A questo coro sempre più compatto si aggiunge anche Lance Stroll, figura solitamente defilata e poco incline alla polemica. E proprio per questo le sue parole assumono un peso ancora maggiore. Il pilota canadese, alle prese con una Aston Martin in piena crisi, ha evidenziato come soprattutto in qualifica emergano problematiche limitanti.
Secondo Stroll, l’eccessiva gestione – in particolare quella legata ai consumi e alle strategie energetiche – finisce per snaturare completamente il driving puro. La sua analisi va oltre la contingenza tecnica: sostiene che la Formula 1 sia ancora lontanissima da ciò che dovrebbe essere, distante anni luce dall’essenza dello sport.
A rafforzare questa visione c’è anche una componente emotiva, quasi nostalgica. Stroll ha raccontato di aver rivisto filmati degli anni 2000, o anche precedenti, sottolineando come in quell’epoca si respirasse un’autenticità oggi smarrita anche grazie ai propulsori aspirati plurifrazionati. Ma il passaggio più significativo riguarda l’esperienza diretta: durante la pausa ha avuto modo di guidare monoposto di altre categorie, incluse quelle di Formula 3.
Ed è proprio lì che ha ritrovato il divertimento. Vetture meno filtrate, meno pesanti, meno complesse, capaci di restituire sensazioni di guida più pure e naturali. Auto nelle quali il pilota può incidere davvero, può fare la differenza, può esprimersi senza il peso di una gestione esasperata.
La critica di Stroll è strutturata, argomentata, e non può essere liquidata con superficialità solo perché proviene da un pilota considerato di seconda fascia. Al contrario, rafforza un quadro già evidente: a più livelli, la Formula 1 attuale è sotto accusa.
E allora la domanda resta sospesa, ma inevitabile: Stefano Domenicali continuerà a sorridere o prenderà atto che esiste un problema reale e profondo?