Lewis Hamilton e Ferrari: forse dovevamo soltanto aspettare
Hamilton vince la sua prima con Ferrari

È successo. È successo davvero. Lewis Hamilton vince la sua prima gara con la Ferrari, mettendo a segno la sua 106° vittoria in carriera. E lo fa sul circuito di Barcellona e quasi in maniera automatica, cosa che assume una doppia valenza. In primo luogo, perché - come accennato più volte in questi giorni - la pista catalana non era una di quelle favorevole alla Rossa di Maranello. E questo, ancora una volta, dimostra quanto la F1 di quest'anno sia ricca di incognite e imprevedibile.

Un tracciato dove la Power Unit tedesca avrebbe dovuto fare la differenza e dominare. E invece non è andata così, complice una McLaren sottotono, una Mercedes che effettua scelte strategiche discutibili sul finale, come emerge dalle parole di Toto Wolff e poi il problema per Antonelli. Ma, al di là dell'aspetto sportivo, c'è un altro motivo per cui la vittoria di Lewis Hamilton assume un significato particolare: è arrivata sulla stessa pista dove Michael Schumacher conquistò la sua prima con Ferrari.

La cosa possiamo leggerla come vogliamo. Una coincidenza, una casualità, un segno del destino o semplicemente, è la storia che si ripete. Perché quel primo trionfo significò tantissimo e chissà se anche questa volta sarà rappresentativo di un qualcosa di importante. 

Lewis Hamilton e Ferrari: forse dovevamo soltanto aspettare
Ferrari festeggia Hamilton

Lewis Hamilton e quella prima vittoria che cambia tutto

La prima di Hamilton arriva dopo trentuno gare disputate con la Ferrari. Trentuno gare non facili. Trentuno gare nelle quali soltanto le ultime sette hanno iniziato a dare un senso a quello che è il matrimonio tra il sette volte campione del mondo e la Scuderia di Maranello.

La storia è più che nota. Lo scorso anno è stato un disastro. Un fallimento. Una sorta di montagne russe nelle quali però l'adrenalina è durata soltanto all'inizio. Ricordiamo ancora i giorni dell'arrivo di Lewis. Le prime fotografie, i primi giri in pista a Fiorano, i primi incontri con i tifosi. Era qualcosa che, anche solo guardando le immagini, riusciva a trasmettere emozioni.

Una sensazione però durata troppo poco, rivissuta per un attimo nelle fasi sprint del weekend cinese, dove il #44 ottenne pole e vittoria. E mentre il 2025 è stato - se così possiamo dire - l’anno di Leclerc, dall'altro lato del box c'era un pilota arrivato dalla Mercedes, trasferitosi in un ambiente completamente diverso. Un pilota che faticava ad adattarsi a nuove metodologie di lavoro, a nuovi colleghi, a un nuovo modo di intendere il motorsport.

A testimonianza di ciò, troviamo un rapporto con il proprio ingegnere, Riccardo Adami, che non è mai realmente sbocciato. Oppure metodologie di lavoro non condivise, emerse nei team radio con Hamilton che chiedeva cosa significassero alcune dichiarazioni “in codice”. Un dettaglio che racconta perfettamente quanto fosse complesso il processo di adattamento.

Lewis Hamilton non riusciva a trovare il feeling con la SF-25. A fine gara consegnava dossier e analisi ai vertici Ferrari. Materiale che inizialmente non fu particolarmente apprezzato, ma che forse oggi si è rivelato prezioso. Era lo stesso pilota che, davanti ai microfoni, arrivava a dire "il problema sono io. Forse la Ferrari ha sbagliato pilota”.

E lo diceva con quell'espressione da cane bastonato che quasi ti spingeva a volerlo abbracciare. Ma quel matrimonio non funzionava per responsabilità condivise. Non era solo un problema del pilota. La Ferrari non lo aveva messo nelle condizioni ideali per esprimere il proprio potenziale.

Lewis Hamilton e Ferrari: forse dovevamo soltanto aspettare
Hamilton festeggia sul podio di Barcellona

Lewis Hamilton e una Ferrari finalmente costruita anche attorno a lui

Quest'anno, invece, la storia pare essere diversa. Il progetto nasce con Lewis Hamilton al centro. Il pilota ha potuto lasciare la propria impronta sulla vettura. Lo aveva detto fin dall'inizio che "questa macchina ha il mio DNA”. E oggi possiamo dire che aveva ragione. Hamilton è tornato protagonista. Dall'Australia in poi ci sono state soltanto due occasioni nelle quali lo abbiamo rivisto in difficoltà, ossia in Giappone e a Miami. Per il resto abbiamo visto una crescita costante, con il secondo posto in Canada, a Monaco e adesso la vittoria a Barcellona.

Oggi è un tutt'uno con la vettura. È un tutt'uno con la squadra. Sa quello che vuole. Sa quali modifiche servono, le chiede e le ottiene. Ed è una situazione che inevitabilmente fa sognare. Certo, possiamo discutere di episodi favorevoli, possiamo parlare della VSC, del problema tecnico di Antonelli (che non ha spostato nulla sul trionfo di Lewis) e di tutti quei dettagli che inevitabilmente influenzano una gara. Ma con i "se" e con i "ma" la storia non si fa.

E allora è giusto godersi questo momento, la vittoria numero 106 che diventa la prima in rosso. Bella da vedere, da assaporare, da attendere giro dopo giro fino alla bandiera a scacchi, con quella adrenalina mischiata ad ansia che non diminuiva mai. Il tutto accompagnato da una situazione di distensione nel vedere Hamilton tornare quasi bambino. Vederlo scendere dall'abitacolo e correre verso i meccanici come un rookie alla prima vittoria, che ti fa rendere conto del perché vincere con Ferrari è diverso dal farlo con qualsiasi altro team.

Sentire Lewis parlare in italiano, come faceva Sebastian Vettel. Vederlo emozionarsi sul podio. Vedere gli uomini del Cavallino intonare l’inno sotto il podio. Una gioia collettiva, una di quelle emozioni che per chi ama questo sport, resterà impressa. 

Ferrari Kimi Cavallino
Hamilton salta tra i membri della Scuderia Ferrari dopo la vittoria in Spagna

Forse a Lewis Hamilton dobbiamo davvero delle scuse

Adesso però serve calmare gli animi e non darci per vinti. Anzi, ciò che va fatto adesso è chiedergli scusa. Lewis Hamilton ci ha insegnato che bisogna avere pazienza, che tutto arriva nel momento giusto, che non esistono scorciatoie e che, nel suo caso, non stiamo parlando di un pilota finito, bollito. L'operazione Hamilton non è stata una di quelle commerciali, di marketing.

Ieri si è visto ancor più quel fuoco, quella passione, quella fame di tornare sul gradino più alto del podio e perché no, lottare per una chance in ottica mondiale. Al termine della sessione di qualifiche, Fred Vasseur lo diceva che la monoposto è adatta a vincere delle gare e a Barcellona lo si è fatto contro ogni pronostico.

Ci è riuscito Hamilton, togliendosi - forse - quel peso della prima vittoria con la squadra che sognava da bambino. In più, ha mandato un messaggio forte e chiaro. A Miami lo davano prossimo al ritiro per poi rivelarsi che si trattava di indiscrezioni, anzi speculazioni. Ma il suo percorso parla da sé e sembra destinato a scrivere ancora qualche pagina. “Questa Ferrari può vincere delle gare”, diceva Vasseur. E allora speriamo che Barcellona sia soltanto la prima di molte altre. Speriamo che l’inno di Mameli continui a risuonare nei paddock della F1, ma non come quello iniziale. 


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