Aston Martin: e se il “tallone d’Achille” fosse Honda?
E se fosse davvero il costruttore nipponico l'anello debole del gruppo che dovrebbe spaventare la F1?

Attenzione, prendete questo scritto per quello che è: una valutazione soggettiva, un ragionamento frutto di impressioni e figlio delle valutazioni di chi ha parlato con qualcuno che in Aston Martin determina davvero. Veniamo ai fatti e seguite il ragionamento, senza la pretesa che sia oggettivo.
Martin Brundle non è tipo da lasciarsi andare ad analisi di superfice. Anni e anni di paddock sulle spalle, una carriera da pilota e un'altra da commentatore che l'hanno reso uno dei volti più lucidi e ascoltati del Circus dei gran premi. Quando parla di Adrian Newey e dell'Aston Martin del futuro, le sue parole pesano. E qualcosa, nelle pieghe del suo ragionamento, stride con la narrazione più in voga negli ultimi tempi.

"Adrian mi diceva che la Honda deve recuperare terreno, perché se n'era andata e poi è tornata", ha dichiarato Brundle ai connazionali di Sky Sports UK. Una frase buttata quasi en passant, ma che solleva qualche interrogativo. Si parla tanto del gruppo Aston Martin-Honda come di quello che dovrà ridefinire gli standard della Formula 1. Adrian Newey, il genio. Andy Cowell il coordinatore con esperienza dominante nel settore motori, Lance Stroll il magnate ricco e ambizioso, Fernando Alonso, il campione. Honda, il marchio glorioso. Tutto questo parterre incastrato nella nuova sede di Silverstone zeppa di strumenti all'avanguardia che fanno invidia a tutti, anche ai top team della F1.
Aston Martin: è Honda il “problema”?
E se fosse proprio Honda, come già accadde quando tornò in azione nel 2015 accanto alla McLaren, a rappresentare la parte debole del progetto? Il sospetto, per quanto sia una congettura e non una notizia, viene. Le parole di Brundle non sono casuali. Newey stesso ammette che la casa giapponese deve recuperare. Ma cosa? Terreno tecnico, evoluzione, competitività? Mistero. Honda aveva deciso di dire addio alla Formula 1 lasciando Red Bull con motori rebrandizzati ma sostanzialmente suoi.
Un regolamento scritto per evitare che gli altri corressero troppo ha di fatto consentito ai nipponici di ottenere trionfi e riconoscimenti fino all'ascesa della McLaren motorizzata Mercedes. Poi la decisione di rimettersi in pista ricostruendo un comparto che aveva perso delle figure. I regolamenti completamente nuovi lo stimolo: power unit ibride evolute ma più semplici nell'architettura e carburanti sostenibili. Un salto nel vuoto per tutti, ma per chi riparte, anche con un team nuovo, ancora di più.

E allora forse si spiega così un'AMR26 che, stando a quanto visto nello shakedown di Barcellona, pare essere molto spinta sul fronte aerodinamico. Si vuole recuperare con l'aero ciò che potrebbe mancare sulla power unit? Newey che fa Newey, insomma: spremere ogni grammo di carico, ogni dettaglio della galleria del vento, ogni intuizione geniale per compensare eventuali deficit sul motore. Non sarebbe la prima volta. La Red Bull RB18, campionessa del mondo nel 2022, era proprio questo: un'astronave aerodinamica che sublimava un motore comunque validissimo perché congelato dalle norme federali, come quelli dei competitor.
Aston Martin aggrappata a Newey
Ma Brundle va oltre. "Le vetture di Adrian tendono a essere piuttosto omogenee, e non sembrano esserci tanti elementi sporgenti come in altre vetture. Dobbiamo presumere che abbia avuto delle buone idee, ma conosce bene la galleria del vento dell'Aston Martin? Otterrà una correlazione? Ha le persone giuste intorno a sé per interpretare la sua genialità?".
Domande legittime. Newey è un genio, certo. Ma un genio che deve imparare nuovi strumenti, nuove persone, nuovi processi. La galleria del vento di Silverstone non è quella di Bedford della Red Bull. Il team non è quello che ha costruito negli anni con Horner e Marko. E la correlazione, quel rapporto magico tra ciò che vedi nei dati e ciò che accade in pista, è tutto. Senza quella, anche le migliori idee restano sulla carta.
Il dubbio, quindi, esiste. Honda potrebbe essere il punto debole. Non per incapacità, ma per tempi. Per discontinuità. Per la fatica di rientrare in un gioco dove gli altri, nel frattempo, hanno continuato a correre. Mercedes e Ferrari hanno lavorato ininterrottamente sulle power unit ibride. Honda ha dovuto ricominciare, studiare, progettare da capo. E il tempo, in Formula 1, non perdona.

Brundle chiude con un auspicio: "Speriamo che la macchina voli". Speriamo. Non "volerà", non "sono sicuro". Speriamo. Il lessico della prudenza, quello di chi ha visto troppi progetti ambiziosi naufragare per un dettaglio, un ritardo, un anello debole.
Sono congetture, sia chiaro. Nessuno ha ancora visto il potenziale della AMR26. Nessuno sa davvero cosa Honda abbia in serbo. Ma il sospetto, stante le parole di Brundle, viene. E se il problema non fosse Newey, né Alonso, ma proprio il motore? Se il grande progetto Aston Martin dovesse fare i conti con una Honda non ancora pronta? Sarebbe l'ennesima beffa - forse l'ultima - per Fernando. E l'ennesima lezione, per chi pensa che basti mettere insieme i nomi giusti per vincere. Il tempo dirà se le parole di Brundle erano un depistaggio operato dal ventre della “Verdona” e se questo scritto sarà stato un esercizio inutile.
Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui