L'Italia e la Formula 1: l’ennesima occasione perduta
Mentre la Spagna conquista due Gran Premi senza produrre un'automobile, il Belpaese disperde il proprio patrimonio motoristico nell'immobilismo e nella miopia istituzionale

Quando, ieri, la Formula 1, sotto l'egida di Liberty Media, ha annunciato l'estensione pluriennale dell'accordo con il Circuit de Barcelona-Catalunya - che ospiterà il Gran Premio negli anni 2026, 2028, 2030 e 2032, con la gara ribattezzata Gran Premio Barcellona-Catalogna - i più, in Italia, hanno archiviato la notizia come una delle tante fredde notizie da paddock. Un errore madornale di prospettiva, come si vedrà.
La Catalogna non correrà ogni anno: il circuito iberico si alternerà con Spa-Francorchamps, che avrà in calendario le edizioni 2026, 2027, 2029 e 2031. Ma è qui che il ragionamento sistemico della Spagna dispiega tutta la propria eleganza strategica. Perché nel mentre - non in sordina e con la determinazione di chi sa cosa vuole - Madrid ha fatto il suo ingresso nel calendario iridato dal 2026 come appuntamento fisso, stabile, irremovibile. La Spagna, dunque, non si accontenta di uno: la Spagna vuole due Gran Premi. E li ottiene.
Quella Spagna che non produce un'automobile da competizione. Eppure attira due Gran Premi. L'Italia possiede la Ferrari, la Motor Valley, una tradizione motoristica lunghissima e riconosciuta in tutto il globo. Eppure si dibatte su un solo circuito.

La Spagna dà una lezione all’Italia
Ciò che rende il caso iberico paradigmatico non è la quantità, bensì la qualità della visione politica che lo sottende. La Spagna - un paese che, per molti versi, persegue politiche economiche e industriali che in Italia farebbero raddrizzare gli aculei persino a un riccio sonnolento (cali un velo pietoso su certe dinamiche cisalpine) - dimostra una capacità di fare sistema che all'Italia risulta ostica come un circuito bagnato con gomme slick. Governo, istituzioni territoriali, operatori privati e federazioni sportive hanno remato nella medesima direzione, con coesione e lungimiranza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
In Italia, nel frattempo, si è consumato lo scenario opposto. Il governo e le istituzioni competenti (competenti?) hanno progressivamente dirottato ogni attenzione - e, quel che più conta, ogni risorsa negoziale - su Monza, lasciando che il circuito di Imola scivolasse nell'oblio del calendario iridato come un'astronave in caduta libera che nessuno ha pensato di agganciare.
L'Autodromo Enzo e Dino Ferrari, che ha scritto pagine indelebili nella storia della Formula 1 e che ambiva legittimamente a un posto stabile tra gli appuntamenti del Mondiale, è stato abbandonato al proprio destino. Oggi Imola si conforta con il WEC, campionato nobile, per carità, ma non esattamente lo stesso palcoscenico.
Eppure - e qui risiede il nodo gordiano - avere due Gran Premi per nazione non era e non è un'utopia. Il sistema di rotazione introdotto dalle teste d’uovo di Liberty Media è stato concepito proprio per consentire a più circuiti di alternarsi nel calendario, ampliando la geografia della Formula 1 senza sacrificare nessuno dei protagonisti storici. Le caselle c'erano. Le opportunità erano manifeste.
Ma nel Belpaese si è preferito fare le guerre dei poveri, litigare sull'osso di un'unica gara, puntare tutto su un numero vincente anziché giocare con intelligenza una mano che offriva ben due carte buone. Una scelta - o meglio, una non-scelta - che rivela l'endemica incapacità di progettare in grande. D’altro canto questo è il Paese in cui si è combattuta una lotta di successione per la carica di presidente ACI andata a un nome, anzi a un cognome, molto famoso del panorama politico cisalpino. Nepotismo? Fate voi.

Italia: un'industria che non fa sistema
La dimensione del paradosso diventa insopportabile non appena si osservi il contesto industriale nel quale questa disfatta si consuma. L'Italia è sede di una vera e propria Motor Valley: un ecosistema manifatturiero, tecnologico e culturale senza eguali al mondo, che trova la propria sintesi emblematica nella Ferrari, un marchio che non necessita di aggettivi, conosciuto in ogni angolo del “globo terracqueo” (che finezza, chissà se qualcuno l’ha colta) come simbolo assoluto di eccellenza automobilistica. Accanto alla Rossa di Maranello, un pantheon di costruttori che hanno forgiato l'immaginario collettivo planetario: Fiat, Alfa Romeo, Maserati, Lancia e tanti altri nomi che hanno scritto la storia del motore. Marchi che evocano storia, stile, ingegneria d'avanguardia.
La Spagna, dal canto suo, non produce un tubo. Non esiste una casa automobilistica iberica di rilievo internazionale nel segmento delle vetture sportive o di lusso. Esiste la Seat che non fa bolidi e che, tra le altre cose, è della tedesca Volkswagen. Non esiste una Motor Valley tra Madrid e Valencia. Non esiste un Enzo Ferrari spagnolo nell'album dei ricordi del motorsport mondiale. Eppure Madrid debutta in calendario e Barcellona si assicura un accordo pluriennale. L'ennesimo. Eppure la Spagna incassa due Gran Premi mentre l'Italia - con tutto il proprio smisurato patrimonio motoristico - si accontenta di difendere il solo Monza con la disperazione del last man standing.

Non si tratta, sia chiaro, di stilare un atto d'accusa contro Monza, che è e rimane un tempio del motorismo mondiale, un tracciato iconico che nessuno osa mettere in discussione. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi sull'assenza cronica di una visione strategica che sappia valorizzare l'intero capitale sportivo e industriale di cui questo paese dispone. Di chiedersi perché una nazione con due cuori pulsanti - Monza al nord, Imola al centro - abbia scelto di farmacologizzarne uno invece di portarli entrambi a battere sul palcoscenico più ambito del motorsport globale.
La Spagna ha dimostrato che si può. La Formula 1 ha dimostrato che le porte erano aperte. L'Italia, ancora una volta, non era in casa quando hanno bussato. Facciamoci qualche domanda.
Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui