La crisi di rendimento della Ferrari - palese e non celabile - continua a generare scosse telluriche a Maranello e non solo. Questa volta è Johnny Herbert, ex pilota e per anni nel board dei commissari FIA, a gettare una luce diversa sulle responsabilità del momento difficile del Cavallino Rampante. Un’analisi che, inevitabilmente, sposta il mirino lontano dai due nomi finiti più volte sotto i riflettori in queste settimane: Lewis Hamilton e Charles Leclerc. Secondo Herbert, il problema non è nei driver, bensì in una struttura tecnica che da troppo tempo non riesce a generare prestazioni all’altezza delle aspettative.

L'ex pilota di F1 Johnny Herbert
Intervenuto al podcast di The Race, “Stay on Track”, l’ex pilota ha giudicato eccessiva la durezza del presidente John Elkann nei confronti dei suoi uomini: “Penso che il presidente sia stato molto duro. Lewis ha una grande esperienza, ha vinto i mondiali con Mercedes e McLaren e sa come lavorano quei team, in modo molto metodico”. Parole che rimandano a un punto chiave: Hamilton è da pochi mesi in Ferrari ma porta con sé un bagaglio tecnico e culturale enorme, frutto di due delle strutture più solide della F1 moderna. Se le sue critiche emergono in modo netto, non sono un capriccio, bensì il frutto di una consapevolezza raffinata di cosa dovrebbe funzionare e cosa invece non sta funzionando. Herbert difende senza esitazioni sia lui sia Leclerc: “Credo che quello che dicono sia giusto. Sono critici nei confronti del team e delle prestazioni della macchina e questo è il loro lavoro”. Il ruolo dei piloti, ricorda l’inglese, non è solo quello di guidare: è dare feedback, stimolare, denunciare le mancanze tecniche quando la vettura non risponde. Ed è proprio qui che l’ex Benetton individua la radice del problema. Secondo Herbert, l’intervento pubblico di Elkann - che ha invitato i piloti a concentrarsi sulla pista - rischia addirittura di incrinare gli equilibri interni: “Il fatto che John dica ai piloti di stare zitti non è una cosa positiva, rende le cose un po’ più difficili per loro”. Difficili non perché Leclerc e Hamilton non siano in grado di gestire la pressione, ma perché sposta la discussione sulla superficie, ignorando ciò che accade nelle profondità della struttura tecnica.
Il presidente di Stellantis, John Elkann - Crediti foto: Ansa
L’affondo dell’inglese è netto e colpisce il cuore del problema: “Purtroppo il problema è in fabbrica, dove gli ingegneri non sono riusciti a produrre quanto richiesto. Se i piloti avessero avuto la macchina di cui avevano bisogno, non avrebbero fatto quel tipo di commenti”. È una diagnosi che riecheggia una critica ricorrente nell’era post-2022: una Ferrari che alterna sprazzi di competitività a improvvisi cali di performance, sintomo di un metodo ingegneristico che non riesce a garantire continuità e controllo della finestra operativa della monoposto. In questo contesto, puntare il dito sui piloti diventa non solo ingeneroso ma controproducente. Hamilton e Leclerc non sono il problema: sono le sentinelle che, dalle loro postazioni in pista, evidenziano ciò che non funziona. Zittirle significa privarsi di due dei migliori strumenti di analisi che un team possa avere. E soprattutto significa distogliere lo sguardo dal vero nodo: la necessità di una revisione profonda della catena tecnica di Maranello, dalle simulazioni alle logiche di sviluppo, fino ai processi decisionali interni. Il messaggio di Herbert è chiaro: la Ferrari deve ripartire dalla sua struttura, non dalle sue stelle. Le parole di Elkann, in questo quadro, risultano decentrate rispetto alla realtà di una squadra che fatica a generare performance prima ancora che a gestire la comunicazione interna ed esterna. Hamilton e Leclerc stanno facendo il loro lavoro. Ora tocca alla Ferrari fare il proprio.


Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, F1 Foto Copertina: Getty Images Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui

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