Medioriente F1
Gli schieramenti in campo: USA, Israele da una parte e l'Iran dall'altra

In un mondo in cui conflitti geopolitici e sport ad alto rischio si intrecciano spesso in modi imprevedibili, emerge talvolta una paradossale coincidenza. La campagna militare condotta dagli Stati Uniti di Donald Trump e da Israele di Benjamin Netanyahu contro l’Iran, iniziata a fine febbraio, ha portato alla cancellazione del Gran Premio di Arabia Saudita e di quello del Bahrain previsti per aprile. Una decisione motivata da ragioni di sicurezza legate alle tensioni regionali. 

Eppure, dietro questa apparente perdita per il calendario della F1, si nasconde un effetto collaterale inatteso: l’evitamento di un pericolo potenzialmente grave per piloti, team e spettatori sul tracciato di Jeddah.

Mediorente F1
Teheran colpita dai bombardamenti americani ed israeliani

La pericolosità intrinseca del circuito di Jeddah

Il Jeddah Corniche Circuit resta uno dei tracciati più particolari ma anche più insidiosi del calendario. Circuito cittadino ad altissima velocità, con medie superiori ai 250 km/h, lunghi rettilinei, curve cieche e barriere di cemento vicinissime al cordolo. Molti piloti lo hanno definito più rischioso di Spa-Francorchamps in certi settori, per la limitata visibilità e la scarsa possibilità di recupero in caso di errore.

Le monoposto 2026, con il loro mix di maggiore potenza elettrica e aerodinamica attiva, amplificano questi rischi. Un’uscita di pista a oltre 300 km/h in sezioni come il primo settore o la curva 10 potrebbe trasformarsi rapidamente in un incidente multi-auto, con conseguenze imprevedibili data la vicinanza delle barriere. Incidenti del passato hanno già evidenziato quanto il tracciato sia poco tollerante verso anche il minimo sbaglio. Le modifiche apportate negli anni hanno mitigato alcuni problemi, ma non hanno eliminato la natura intrinsecamente critica del layout.

Medioriente
Il tracciato di Jeddah

Il problema delle power unit 2026 e l’incidente Bearman-Colapinto

Le nuove power unit, con il loro equilibrio 50/50 tra motore a combustione interna e componente elettrica (MGU-K portato a 350 kW), hanno creato un fenomeno preoccupante: forti differenze di velocità tra le vetture a seconda della carica della batteria e della strategia di deployment dell’energia.

Un esempio lampante si è visto al Gran Premio del Giappone a Suzuka, dove Oliver Bearman ha subito un violento incidente mentre tentava di superare Franco Colapinto. Bearman stava chiudendo rapidamente sul pilota davanti con un vantaggio di velocità significativo – stimato fino a 50 km/h in certi punti – dovuto al fatto che Colapinto era in modalità di risparmio energetico o con batteria scarica, mentre Bearman aveva ancora disponibilità di boost elettrico. Il sorpasso tentato in un punto delicato ha portato Bearman fuori pista sull’erba, con conseguente perdita di controllo e impatto ad alto G contro le barriere.

L’incidente ha aperto un dibattito urgente nel paddock: le power unit, stanno introducendo rischi legati alla gestione dell’energia che vanno oltre il puro spettacolo.

Su un circuito come Jeddah, caratterizzato da lunghi rettilinei ad altissima velocità e punti di frenata tardivi, questi delta di velocità sarebbero stati amplificati in modo drammatico. Un sorpasso fallito o una difesa improvvisa in uscita da una curva veloce avrebbe potuto trasformarsi in un contatto ad altissima energia, con conseguenze ben più gravi di quanto accaduto a Suzuka, data la vicinanza delle barriere e la mancanza di vie di fuga generose.

GP Giappone Bearman
La Haas di Bearman contro le barriere

L’ironia della storia

La guerra in corso, pur con tutte le sue tragiche conseguenze umane e geopolitiche, ha di fatto imposto una pausa che impedisce di correre un rischio che molti addetti ai lavori consideravano sottovalutato. In questo senso, paradossalmente, ha protetto lo sport da un potenziale disastro sportivo che avrebbe potuto oscurare l’immagine della F1 per mesi.

La storia è piena di ironie. Azioni intraprese per ragioni strategiche e di sicurezza nazionale possono produrre effetti collaterali in campi apparentemente lontani. La campagna contro l’Iran ha costretto la Formula 1 a saltare Jeddah in aprile, impedendo così che le monoposto più avanzate degli ultimi anni affrontassero un tracciato notoriamente poco clemente, in un momento in cui le nuove power unit stanno evidenziando problemi di sicurezza legati ai delta di velocità.

Non si tratta di celebrare il conflitto in Medioriente, non siamo folli, bensì di riconoscere un fatto oggettivo: in questa occasione, la tensione geopolitica ha agito da involontario deterrente contro un pericolo evitabile per la sicurezza in pista. Resta ora da vedere se, una volta ristabilita la calma, il calendario e i regolamenti sapranno bilanciare l’entusiasmo per tracciati come Jeddah con la necessità inderogabile di proteggere chi corre a velocità estreme. La F1 deve sempre mettere la vita umana al primo posto, anche quando la politica decide per lei.


Crediti foto: Getty Images, Imago

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