La Ferrari sta realmente mettendo Lewis Hamilton nelle migliori condizioni operative?
Il sette volte iridato sarà assistito da un ingegnere di pista pro tempore. Situazione della quale Lewis si è lamentato. Non un segnale incoraggiante dopo le difficoltà del 2025.

Le parole di Lewis Hamilton al termine della sua prima giornata di lavoro nei test del Bahrain (leggi il report), raccolte da PlanetF1, aprono un fronte potenzialmente critico. Perché se è vero che la pista racconta sensazioni tecniche e dati (che Lewis non ha fotografato come incoraggianti), è altrettanto evidente che il sette volte campione del mondo si presenta al nuovo ciclo Ferrari senza quella continuità operativa che, in un contesto così complesso, rappresenta un prerequisito quasi imprescindibile.
“Ovviamente con Riccardo Adami è stata una decisione molto difficile da prendere. Gli sono davvero grato per tutto l’impegno che ha profuso lo scorso anno e per la sua pazienza, perché è stato un anno piuttosto difficile per tutti noi”. Così si è espresso l’ex Mercedes sul tecnico dirottato al programma TPC della Ferrari.

Il primo passaggio è già rivelatore. Hamilton non si limita a un ringraziamento formale: parla di decisione “molto difficile”, di “pazienza” e di un anno “piuttosto difficile per tutti noi”. È un’ammissione implicita di tensioni, di una stagione 2025 nella quale il rapporto tra pilota e muretto non ha mai raggiunto la naturalezza che un progetto tecnico ambizioso richiede.
La rimozione di Riccardo Adami, al netto delle dinamiche interne che restano riservate, certifica che qualcosa non ha funzionato sul piano della comunicazione e della sintonia operativa. Ma il punto centrale non è tanto la separazione, quanto la gestione della fase successiva.
Hamilton prosegue chiarendo la natura temporanea dell’attuale soluzione: “La soluzione attuale è solo per poche gare, non è a lungo termine. Quindi ad inizio stagione ci sarà un altro cambiamento e dovrò imparare a lavorare con qualcuno di nuovo. Questo è un danno anche per me, perché è un anno a cui vorresti arrivare con persone con cui hai già disputato diverse stagioni insieme. Ma questa è la situazione e cercherò di fare del mio meglio. Il team sta cercando di fare del suo meglio per aiutarmi a rendere il passaggio il più agevole possibile”.

Ferrari: un ingegnere pro tempore non è il massimo per Hamilton
Qui il quadro si fa più netto. Ferrari ha scelto una figura pro tempore, consapevole che verrà sostituita a breve. Tradotto: Hamilton sta lavorando in pista sapendo che il suo riferimento diretto sul muretto cambierà ancora a stagione avviata.
In Formula 1 l’ingegnere di pista non è un semplice intermediario radio. È il terminale strategico del pilota, il filtro tra sensazioni soggettive e interpretazione dati, la figura che traduce le richieste di assetto in interventi misurabili su meccanica, aerodinamica e gestione gomme. È un rapporto costruito su codici condivisi, lessico tecnico affinato nel tempo, fiducia reciproca nei momenti di pressione. E proprio Hamilton ne sa qulcosa visto il rapporto che aveva creato con Peter Bonnington in Mercedes.
Arrivare a un anno regolamentare delicato - con vetture nuove e correlazioni ancora da stabilizzare - senza una struttura stabile attorno al pilota significa aggiungere variabilità a un sistema che dovrebbe invece ridurla.
Hamilton lo dice esplicitamente: “Questo è un danno anche per me”. Non è una formula diplomatica. È una constatazione. Un pilota della sua esperienza sa che l’efficacia del dialogo con il muretto incide direttamente sulla qualità delle decisioni in tempo reale: strategia gomme, gestione energia, lettura dell’evoluzione pista, adattamenti di bilanciamento.
Dopo un 2025 nel quale le principali criticità nel rapporto con la Ferrari sono emerse proprio sul piano dell’empatia e della sintonia con chi lo dirigeva in pista, la scelta di avviare il 2026 con una soluzione tampone appare, quantomeno, discutibile sul piano metodologico.
La continuità tecnica è un valore. Lo è ancor più per un pilota che sta ancora completando il processo di integrazione in un ambiente radicalmente diverso rispetto a quello nel quale ha costruito la parte più consistente e vincente della sua carriera. Ogni cambiamento di interlocutore implica una fase di apprendimento: capire il modo in cui l’ingegnere sintetizza i dati, la sua propensione al rischio strategico, il timing degli input radio, la capacità di leggere lo stato psicologico del pilota nei momenti critici.
Ferrari, invece, si trova a dover amministrare una doppia transizione: prima l’uscita di Adami, poi l’arrivo di una figura definitiva che subentrerà a stagione iniziata. In termini organizzativi significa spostare il punto di equilibrio mentre la vettura è ancora in fase di comprensione.

Ferrari - Hamilton: è palese il ritardo
Si può sostenere che il team stia cercando la soluzione migliore nel medio periodo. Lo stesso Hamilton riconosce che “il team sta cercando di fare del suo meglio per aiutarmi a rendere il passaggio il più agevole possibile”. Ma la Formula 1 non è uno sport che concede tempo per assestamenti prolungati, soprattutto in un contesto regolamentare nuovo.
Se l’obiettivo è mettere il sette volte campione del mondo nelle condizioni operative ideali per estrarre performance e leadership tecnica, la stabilità del suo riferimento diretto in pista dovrebbe essere una priorità, non una variabile transitoria.
Il Bahrain, in questo senso, non è solo un banco di prova per la SF-26. È il primo test di un equilibrio relazionale ancora incompleto. E in un campionato dove i margini si misurano in centesimi, anche la qualità della comunicazione tra casco e muretto può diventare un fattore competitivo.
Ferrari ha scelto di intervenire su una criticità emersa nel 2025. Resta da capire se la modalità con cui sta gestendo la successione sia coerente con l’esigenza, dichiarata e implicita, di offrire a Hamilton un contesto finalmente stabile. Perché il talento del pilota è un dato acquisito. La struttura attorno a lui, al momento, lo è molto meno.
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