Charles Leclerc e il paradosso del "divertimento diverso": l'arte del criticare con eleganza
Quando ammettere che l'auto è meno divertente diventa un elogio della complessità: il cerchiobottismo del ferrarista di fronte alla rivoluzione tecnica che sta spaccando paddock

"Non è l'auto più divertente che abbia mai guidato". Basterebbero queste nove parole pronunciate da Charles Leclerc per chiudere ogni discussione sulla nuova Formula 1. Invece, aggiunge immediatamente: "ma è così com'è", prima di arrampicarsi su uno specchio retorico parlando di un "divertimento diverso". Come se il divertimento potesse avere gradazioni qualitative equivalenti, come se guidare una monoposto meno appagante fosse semplicemente una questione di prospettiva.
È questo il punto più problematico delle dichiarazioni di Leclerc sulla F1 del nuovo corso regolamentare: la contraddizione tra l'ammissione esplicita di un piacere di guida diminuito e il tentativo di rivestirla con l'entusiasmo per "sfide interessanti" e "approcci diversi". Il monegasco ci sta dicendo, sostanzialmente, che guidare è meno divertente, ma trovare il modo di compensare questa mancanza lo è. Un sofisma che non regge al peso della logica.

Quando afferma che "la percentuale di guida pura è un po' più bassa", il ferrarista non sta semplicemente descrivendo una caratteristica tecnica: sta ammettendo che il cuore pulsante della Formula 1 batte più debolmente. E la sua risposta? Trovare "divertente" doversi concentrare sulla gestione dei sistemi. È come se un pianista dichiarasse meno divertente suonare il pianoforte, ma trovasse stimolante doversi concentrare sulla regolazione dei pedali o sull'accordatura dello strumento.
La contrapposizione con Max Verstappen diventa ancora più netta. L'olandese chiama le cose con il loro nome, rifiutando di nobilitare con eufemismi quella che considera una deriva del campionato. Leclerc, invece, costruisce un'architettura verbale elaborata per giustificare l'ingiustificabile: un'auto meno divertente da guidare presentata come un'opportunità di crescita intellettuale.
"È così com'è". Questa rassegnazione mascherata da pragmatismo è forse la frase più rivelatrice. Non c'è vera convinzione nelle parole di Leclerc, solo l'adattamento diplomatico di chi sa di dover convivere con una realtà che non ha scelto. Il problema è che questa accettazione passiva, questo tentativo di trovare "un divertimento diverso" dove il divertimento originale si è affievolito, legittima una trasformazione discutibile dello sport.
Quando un pilota deve specificare che il divertimento è "diverso" invece che "maggiore", quando deve ammettere che l'auto non è la più divertente mai guidata ma cerca comunque di vendercela come una sfida stimolante, forse dovremmo chiederci se stiamo ancora parlando di Formula 1 o di un esperimento gestionale su quattro ruote.

Verstappen dice no. Leclerc dice "sì, ma..." E in quel "ma" c'è tutta l'ambiguità di chi vorrebbe criticare ma sceglie di adattarsi, di chi sente la mancanza del vero racing ma si consola con la complessità sistemica. Una posizione comprensibile umanamente, discutibile sportivamente, preoccupante per il futuro della categoria.
Questo scritto, che sia ben chiaro, non è una critica a Leclerc che è parte integrante di un meccanismo che non può controllare. È solo l'ennesima attestazione che anche chi vive dentro la Formula 1 non ha ben capito quali siano le virtù e quali i difetti della “next gen”.
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