F1 Red Bull
La sede della Red Bull a Milton Keynes

Quando un dominio assoluto in F1 appare inattaccabile, spesso è proprio quel senso di invincibilità a piantare i semi del declino. La Red Bull ha dominato con una superiorità tecnica e operativa rara nella storia dello sport. La morte di Dietrich Mateschitz nel 2023 ha segnato l’inizio di un cambiamento profondo: senza il suo fondatore visionario e il suo controllo assoluto, il team ha perso gradualmente coesione e stabilità

Negli ultimi mesi, una serie di addii eccellenti ha accelerato l’erosione delle fondamenta: da Adrian Newey a Rob Marshall, dalle figure chiave intorno a Max Verstappen fino all’uscita di Christian Horner. Un esodo che ricorda il crollo di grandi imperi, indeboliti non da nemici esterni, ma dall’arroganza interna e dalla perdita del timone storico.

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La Red Bull RB20 del 2024, l'ultima monoposto di Milton Keynes vincente

Red Bull: il gotha che si sgretola

Adrian Newey ha lasciato la Red Bull all’inizio del 2025 per passare ad Aston Martin dopo 19 anni in cui ha disegnato vetture dominanti. La sua partenza priva il team del principale architetto creativo, soprattutto in vista dei nuovi regolamenti del 2026. L’ambiente era diventato stantio e la ristrutturazione interna non gli garantiva più il ruolo centrale che meritava.

Anche Christian Horner, team principal per 20 anni, ha lasciato il comando, sostituito da Laurent Mekies. La transizione ha portato polemiche interne e tensioni, accompagnata da altre uscite importanti come quella di Jonathan Wheatley verso Audi e di Rob Marshall, passato in McLaren come direttore tecnico. La Red Bull ha dato l’impressione di ritenere intercambiabili i suoi leader storici, sottovalutando l’impatto sulla coesione del gruppo.

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Christian Horner, Adrian Newey e Jonathan Wheatley

Il cerchio magico spezzato di Verstappen

Il nucleo tecnico intorno a Verstappen si è progressivamente sgretolato. Tre dei quattro ingegneri principali hanno lasciato per il 2026: Tom Hart alla Williams, David Mart all'Audi e Michael Manning già uscito nel 2025. Anche Gianpiero Lambiase, storico ingegnere di pista del campione olandese, lascerà la Red Bull per accasarsi alla McLaren. La partnership tra Lambiase e Verstappen aveva prodotto quattro titoli mondiali. La perdita di questo know-how rende evidente quanto fosse fragile l’equilibrio del team.

Le difficoltà in pista hanno trovato sfogo nei team radio di Verstappen, sempre più frustrato. Il pilota ha definito la vettura “inguidabile”, lamentando un bilanciamento imprevedibile, problemi con le gomme, il boost e la maneggevolezza generale, descritto come “orrenda” e “super frustante”. Queste comunicazioni hanno reso pubbliche le tensioni interne e sottolineato come la RB22 non permetta al campione di esprimere il suo pieno potenziale.

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Max Verstappen e Gianpiero Lambiase

Il parallelo con l’Impero Romano crollato per arroganza

Come l’Impero Romano, crollato per divisioni interne e perdita di umiltà nonostante la sua apparente invincibilità, la Red Bull rischia lo stesso destino. Il successo prolungato ha generato arroganza: si è data per scontata la fedeltà dei talenti e si è perso di vista il valore delle relazioni umane. La morte di Mateschitz, seguita da queste partenze, segnala un ambiente diventato tossico.

La Red Bull si trova oggi 6° nella classifica costruttori, con una vettura poco competitiva e la sfida dei regolamenti 2026 che sta perdendo. Verstappen resta il principale punto di forza, ma non può vincere da solo, visto le sue continue minacce di ritiro anticipato. Per invertire la rotta servirebbe un ritorno all’umiltà delle origini e il riconoscimento che i grandi uomini non sono pedine sostituibili. La F1 punisce chi si adagia sugli allori: solo abbandonando l’arroganza del recente passato il team potrà ricostruire e evitare un declino lento ma inesorabile.


Crediti foto: Red Bull Content Pool, Getty Images, Motorsportweek, F1

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