Flavio Briatore Alpine
Flavio Briatore, consulente Alpine F1

Nel pieno della transizione tecnica e in un contesto in cui la gestione energetica è diventata asse portante della performance, la voce di Flavio Briatore si leva con toni netti facendo da supporto ad altri punti di vista critici emersi negli ultimi tempi (quello di Max Verstappen su tutti). 

Il dirigente dell’Alpine non si limita a una critica di dettaglio: mette in discussione la traiettoria stessa della Formula 1 moderna, ritenendo che l’eccesso di elettrificazione e la centralità dei sistemi ibridi stiano progressivamente snaturando l’identità storico-tecnica della categoria.

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I maggiori sostenitori delle Sprint Race: Flavio Briatore e Stefano Domenicali

La gestione energetica come nodo critico

Nell’intervista concessa a Motorsport Japan, Briatore affonda il colpo su quello che considera il cuore del problema: la complessità tecnica legata alla gestione dell’energia.

"La complessa gestione energetica della nuova generazione di auto mette la Formula 1 a rischio di un forte declino. È semplicemente uno spreco di sforzi ingegneristici, i fan non lo capiranno. Almeno dovrebbero spiegare cosa sta succedendo. Per i piloti, questo è diventato un gioco completamente diverso", ha detto l’ex Benetton e Renault.

La riflessione è duplice. Da un lato, c’è la denuncia di una sofisticazione tecnica che rischia di diventare autoreferenziale: sistemi ibridi, recupero energetico, deployment calibrato curva per curva. Dall’altro, emerge una preoccupazione comunicativa: il pubblico fatica a comprendere cosa stia realmente accadendo in pista quando la differenza tra attacco e difesa si gioca su mappe motore e strategie di harvesting più che sul piede destro.

Per Briatore, il rischio non è solo tecnico ma culturale: la Formula 1 si starebbe trasformando in una disciplina dove l’elemento umano - il gesto istintivo del pilota, l’aggressività in staccata, la gestione meccanica del mezzo - è subordinato a logiche algoritmiche e vincoli energetici.

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Flavio Briatore e il paragone con la Formula E

Il dirigente italiano si spinge oltre, evocando un parallelo che per molti puristi suona quasi come una provocazione: quello con la Formula E.

"Ti ricordi della Formula E? Di Grassi vinse intorno ai 50 anni. I piloti di Formula 1 cercarono di guidare quelle vetture, ma fu impossibile. Perché? Perché guidare quelle auto è più simile a un esperimento ingegneristico", ha detto il manager.

Il riferimento è a Lucas di Grassi, campione della serie elettrica, citato da Briatore con un’evidente iperbole anagrafica (oggi il brasiliano ha 41 anni, ndr) per rafforzare il concetto. Il punto, tuttavia, non è l’età del pilota in questione, ma la natura della categoria: una disciplina in cui la gestione dell’energia, il lift and coast e l’ottimizzazione software sono parte integrante - e visibile - dello spettacolo.

Secondo “il Flavio nazionale”, la Formula 1 starebbe imboccando una strada analoga, pur essendo storicamente fondata su presupposti diversi. Non si tratta di sminuire la Formula E, ma di sottolineare la distanza identitaria tra due mondi che nascono con filosofie opposte: uno radicato nella tradizione meccanica e nel rombo dei motori aspirati, l’altro concepito come laboratorio avanzato della mobilità elettrica.

Sorpassare togliendo il piede

La critica si fa ancora più concreta quando Briatore entra nel merito della dinamica in pista. "Ed è proprio lì che stiamo andando ora. Normalmente, per sorpassare devi premere l'acceleratore. Ora dobbiamo lasciare andare il piede. Non lo so, ma ciò che è certo è che finora la Formula 1 ha fatto quasi nessuno sforzo per far capire agli spettatori questa parte", aggiunge.

Il riferimento è evidente: gestione del delta energetico, fasi di lift and coast, utilizzo strategico dell’energia elettrica accumulata. In un contesto regolamentare sempre più orientato all’efficienza, l’attacco non coincide necessariamente con l’istinto di accelerare al massimo, ma con la capacità di amministrare le risorse.

È un cambio di paradigma profondo. La Formula 1, che per decenni ha rappresentato l’apice della potenza e dell’eccesso tecnologico, oggi è anche un esercizio di contenimento, di ottimizzazione, di bilancio energetico. Per Briatore, questa trasformazione rischia di allontanare la categoria dalla sua natura originaria, rendendola un ibrido concettuale: non più pura espressione di velocità e rumore, ma nemmeno pienamente assimilabile a una serie elettrica.

Alpine A526 Bahrain
Pierre Gasly a bordo della Alpine A526 durante i test del Bahrain

L’identità perduta: il suono come simbolo

C’è poi un elemento simbolico che Briatore richiama con forza: il suono. L’epoca dei V8, dei V10 e dei V12 - motori che hanno costruito l’immaginario collettivo della Formula 1 - è ormai un ricordo. Il passaggio alle power unit ibride ha rappresentato una svolta tecnica necessaria in chiave industriale e ambientale, ma ha anche segnato una frattura emotiva.

Per i puristi, il rombo era parte integrante dello spettacolo, un segno distintivo che differenziava la Formula 1 da qualsiasi altra categoria. La sua attenuazione è percepita come una perdita di identità, non solo di decibel.

F1 Stefano Domenicali Max Verstappen
Stefano Domenicali

Il plauso a Liberty Media

Eppure, l’analisi di Briatore non è un atto d’accusa a tutto tondo. Sul piano commerciale, il dirigente riconosce meriti evidenti alla gestione americana della categoria sotto l’egida di Liberty Media.

"I progressi commerciali sono incredibili. Dieci anni fa, dovevamo fare così tante visite di lavoro a aziende che ci facevano male le dita. Ora sono loro a contattarci. È un gioco completamente diverso. Dobbiamo proteggere la gara stessa e il rumore del motore. Questa è la Formula 1", ha detto Flavio per concludere.

Le tribune sono piene, l’interesse globale è cresciuto, gli sponsor bussano alla porta dei team. L’espansione negli Stati Uniti, l’attenzione al prodotto televisivo, la costruzione di un brand globale hanno trasformato la Formula 1 in una piattaforma commerciale di prim’ordine.

Briatore distingue nettamente i due piani: da un lato, un successo manageriale e di marketing difficilmente contestabile; dall’altro, una deriva tecnica che, a suo avviso, richiede una riflessione profonda. La sfida, per il futuro, sarà conciliare sostenibilità, innovazione e spettacolo senza smarrire ciò che ha reso la Formula 1 un unicum nel panorama motoristico mondiale. La sintesi del Briatore-pensiero è la seguente: evolversi è necessario, ma non al prezzo di diventare qualcos’altro.

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