Aston Martin: Adrian Newey come Ulisse e le Colonne d’Ercole
Il genio inglese si trova innanzi ad una situazione che sembra irrisolvibile per i problemi a una monoposto che egli stesso ha progettato.

Adrian Newey è l’uomo più vincente della Formula 1. Ha trionfato dappertutto, tranne alla Leyton House. Ma alla Williams, McLaren e Red Bull ha consegnato alcune delle migliori monoposto della storia della categoria: dalla Williams FW14 e 14B, alla FW15C con cui si laurearono campioni del mondo Nigel Mansell ed Alain Prost passando per la Red Bull RB9 di Sebastian Vettel e la RB19 di Max Verstappen.
Ma ci sono momenti in cui il genio inglese ha peccato di superbia come racconta una storia famosa e triste della Formula 1.
Le Williams FW16 e l'Aston Martin AMR26 rappresentano due momenti emblematici nella straordinaria carriera di Adrian Newey, segnati da ambizioni estreme, innovazioni audaci e un avvio tormentato da problemi tecnici gravi. Entrambe le vetture, pur nate dal cervello del genio inglese, hanno sofferto di instabilità, ritardi e difficoltà di integrazione che hanno compromesso le aspettative iniziali, con il ruolo di Ayrton Senna che aggiunge un capitolo tragico e indelebile alla parabola della FW16.

La transizione forzata: la Williams FW16 del 1994
Newey si confrontò con una rivoluzione normativa brutale: il divieto della sospensione attiva, pilastro del dominio Williams negli anni precedenti, impose un ritorno forzato alla sospensione passiva, tradizionale. Newey ammise di aver sbagliato clamorosamente l'adattamento aerodinamico, progettando una monoposto instabile, eccessivamente sensibile alle variazioni di altezza da terra e incline a perdere carico sui cordoli e sui tracciati sconnessi.
La vettura risultò imprevedibile fin dai test invernali, con un bilanciamento precario che rendeva difficile estrarne il potenziale. Senna, arrivato in Williams con l'obiettivo di conquistare il quarto titolo iridato, si trovò a lottare con una macchina che definì "non all'altezza" delle sue aspettative, lamentando una guida nervosa e un comportamento erratico.
A complicare ulteriormente la situazione intervenne la modifica alla colonna dello sterzo: per migliorare la posizione di guida del brasiliano, Newey e Patrick Head autorizzarono un abbassamento di pochi millimetri e una riduzione del diametro in un punto critico, definita dallo stesso Newey "due pessimi pezzi di ingegneria". Questa modifica, posticcia, unita all'instabilità aerodinamica complessiva, contribuì a creare un contesto di pericolo estremo.
La stagione iniziò con difficoltà evidenti: Ayrton non riuscì a vincere nelle prime due gare, accumulando ritiri e frustrazione. Il culmine arrivò tragicamente a Imola durante il Gran Premio di San Marino: Il brasiliano perse il controllo della FW16 al Tamburello schiantandosi contro il muro con conseguenze fatali. Newey ha sempre espresso profondo senso di colpa, non tanto per la possibile rottura dello sterzo (che riteneva non decisiva), quanto per aver progettato un'auto aerodinamicamente instabile in cui Senna tentava manovre oltre i limiti della vettura.

Il ritardo strutturale e l'integrazione fallita: l'Aston Martin AMR26
Newey affronta un'altra transizione epocale: le nuove regole che rivoluzionano telaio e power unit contemporaneamente, con Aston Martin che debutta con Honda come motorista.
Il ritardo strutturale è evidente: Newey è entrato nel team solo a marzo dello scorso anno con la galleria del vento operativa solo ad aprile, creando un gap di circa quattro mesi rispetto alla concorrenza. Il risultato è un ciclo di sviluppo compresso e caotico. L'AMR26 si presenta con soluzioni estreme e innovative – sidepod a "tubo" discendente, sospensioni aggressive, aerodinamica al limite – ma i test pre-stagionali (shakedown a Barcellona e due sessioni a Bahrain) si sono trasformati presto in un incubo.
La vettura ha accumulato pochissimi chilometri (circa 400 giri totali, il numero più basso della griglia), con guasti multipli che hanno limitato drasticamente il chilometraggio. La power unit Honda soffre di vibrazioni anomale, che danneggiano la batteria, causando guasti multipli e che hanno reso impossibile completare le simulazioni di gara; le vibrazioni sono così severe da rischiare danni permanenti ai nervi delle mani dei piloti dopo soli 15-25 giri per Lance Stroll e Fernando Alonso, come dichiarato da Newey, a Melbourne.
Problemi di affidabilità si sono sommati al surriscaldamento, con la difficoltà per raffreddare il motore, zona in cui si è scelto di aggiungere delle aperture extra. Le sospensioni ed il cambio sono, per la prima volta fatti in casa, hanno mostrato altrettante criticità.
Alonso e Stroll hanno descritto l'auto come lenta, imprevedibile e a 4 secondi dal passo dei migliori, con il team che ha ammesso di aver "perso i test" e di partire in un grave deficit. Newey stesso ha confermato lo scenario peggiore: l'auto attuale non completerà probabilmente la distanza di gara in Australia senza rischi gravi.

Il pattern comune: genio al limite, prezzo pagato caro
Aston Martin e Williams. Entrambe le storie condividono un filo conduttore doloroso: Newey ha spinto i concetti al limite estremo, interpretando regole nuove o transizioni forzate con audacia, ma ha pagato il prezzo di tempistiche ristrette, integrazioni complesse e errori iniziali.
Nella FW16 il dramma fu umano e irrimediabile, con Senna al centro di una vettura instabile che non riuscì a domare; nell'AMR26 il fallimento resta tecnico-sportivo, con vibrazioni del motore Honda e ritardi di sviluppo che hanno reso l'auto fragile, lenta e pericolosa per i piloti.
Newey promette di trasformare la “Verdona” durante l'anno, sfruttando la sua leggendaria capacità di sviluppo, ma l'avvio ricorda dolorosamente quello della FW16: un'opera incompiuta del genio, lontana dalle aspettative altissime.
Così come Ulisse che per la troppa voglia di conoscenza perse la vita oltrepassando le Colonne d’Ercole, così Newey è andato troppo oltre. E la F1 questa volta una seconda chance non gliela concederà.
Crediti foto: Getty Images, XPB