La “follia” di Valtteri Bottas: dal porridge alla Cadillac
Il finnico ha pubblicato sul Players' Tribune un lungo racconto autobiografico. Lo abbiamo letto per voi. È più interessante di quanto ci aspettassimo.

C'è un cartello sul ciglio di una strada rurale finlandese, autunno 1996. Un bambino di sei anni lo vede dal finestrino dell'auto del padre - un uomo che pulisce capannoni industriali - e gli chiede di invertire la marcia. Il padre lo fa. Da quel momento in poi, Valtteri Bottas non ha più smesso di girare in tondo il più veloce possibile.
È l'incipit del pezzo che il pilota finlandese ha pubblicato sul Players' Tribune il 29 aprile, intitolato "Born Crazy". Trenta anni di carriera compressi in una lettera scritta in prima persona, con la franchezza disarmante di chi non ha più niente da dimostrare. O forse ha finalmente tutto da raccontare.

Valtteri Bottas - Il porridge e il pedale
La prima parte è quasi una favola nordica. Il piccolo Valtteri vuole salire su un kart, ma non riesce a toccare i pedali. Il nonno contadino - coltivatore di avena - gli promette che se mangerà il porridge ogni giorno, in primavera crescerà abbastanza. Bottas ci crede. Impara addirittura a cucinarselo da solo quando la madre si stanca di farlo.
“La neve si scioglie. Il bambino allunga il piede. Il pedale risponde”. È una metafora quasi troppo perfetta per il resto della sua carriera: la fatica quotidiana, il sisu finlandese - quella parola intraducibile che sta tra la grinta e la rassegnazione eroica -, il confine sottilissimo tra ossessione e dipendenza. Bottas non lo dice esplicitamente, ma lo racconta con una precisione che fa capire che ci ha riflettuto a lungo.
La trappola del peso
La parte più coraggiosa del testo è quella che riguarda il 2014. Bottas aveva ventiquattro anni, una stagione da rookie alle spalle con la Williams, e il team gli aveva chiesto di perdere cinque chili per compensare un'auto prevista in sovrappeso. Lui ne perse molti di più.
Lo descrive come una spirale: broccoli e cavolfiori al vapore due volte al giorno, due sessioni di corsa da novanta minuti, la bilancia ogni mattina come oracolo. Toglieva il GPS dal polso prima della seconda uscita per non farsi scoprire dal preparatore. Continuava a guidare ben. In macchina, racconta, tutto scompariva. Ma fuori era uno spettro.
Il momento di crisi arrivò con l'incidente di Jules Bianchi a Suzuka. Sul volo di ritorno dal Giappone, con il suo compagno di squadra in coma, Bottas si accorse di non riuscire a sentire nulla. Nemmeno paura per se stesso. Soprattutto non paura per se stesso.
Iniziò la terapia. Ci vollero quasi due anni per stare bene. La cosa notevole è che nel frattempo continuava a salire sul podio.

Il numero due, Toto, e il "vaffanculo" di Melbourne
Il racconto della sua esperienza in Mercedes è altrettanto netto. Il sogno diventato realtà nel 2017, poi lo scivolamento nel ruolo di gregario -"the wingman", lo chiama - con Lewis Hamilton. Le radio che tutti hanno sentito: Valtteri, let Lewis through.
Bottas scrive che ha ancora sentimenti complicati a riguardo. Non c'è rancore esplicito verso nessuno, ma c'è qualcosa di non risolto che traspare tra le righe. Quello che è risolto è il modo in cui ne è uscito: una camminata di tre ore nella foresta finlandese, sotto la neve, durante la pausa invernale del 2019. Rientrò con la decisione di tornare e di non guardare più nello specchietto retrovisore.
La vittoria a Melbourne 2019, con più di venti secondi di vantaggio e il famoso "to whom it may concern, f*ck you" alla radio, è presentata non come sfogo rabbioso ma quasi come liberazione. Come un ringraziamento travestito da sfida.
La Cadillac e il ritorno
L'ultima parte del pezzo parla del presente. Bottas è alla Cadillac F1 Team, squadra nuova di zecca, undicesimo costruttore del Mondiale 2025. Un'avventura che definisce come "un fuoco d'artificio di positività". E qui il tono si fa inevitabilmente più promozionale, ma la sincerità di quanto scritto prima rende il tutto più digeribile.
Racconta che alla prima accensione del motore a Silverstone - era Perez a guidare, non lui - aveva i brividi. Che a Melbourne, per la gara d'apertura 2026, durante gli inni guardava gli altri ventuno piloti schierati e pensava a Natale. Che il tredicesimo posto in Cina al secondo Gran Premio di sempre della squadra "è quasi un miracolo".
E racconta del volo di ritorno dalla Cina su un aereo privato con Toto Wolff, Lewis Hamilton e George Russell. Quattro esseri umani che chiacchierano per qualche ora, senza telecamere. Un cerchio che si chiude.

Bottas non è mai stato un personaggio particolarmente mediatico — lo dice lui stesso, con autoironia, citando le sue vecchie interviste come rimedio per l'insonnia. Ma negli ultimi anni ha costruito un'immagine pubblica più sfaccettata, e questo testo ne è la sintesi più coerente: il finlandese riservato che ha imparato, nel tempo, a essere onesto. Prima con i medici, poi con se stesso, ora con chiunque voglia leggere.
Trent'anni dopo quel go-kart sul ciglio della strada, riesce ancora a toccare i pedali. E questo, scrive, è tutto.
Fonte: Valtteri Bottas, "Born Crazy", The Players' Tribune, 29 aprile 2026