Hamilton e Verstappen accomunati dallo stesso silenzioso rimpianto
Il dominio ritrovato della Mercedes riapre una riflessione implicita tra i due campioni: entrambi hanno sfiorato la stessa scelta, entrambi oggi osservano da lontano la vettura più competitiva del mondiale

Esiste un filo sottile che oggi accomuna le parabole di Lewis Hamilton e Max Verstappen. Un filo che non ha nulla a che fare con lo stile di guida, né con la sensibilità tecnica che ciascuno dei due esprime nell'approcciare le monoposto della nuova generazione regolamentare. Su questo fronte, anzi, i loro temperamenti sembrano collocarsi agli antipodi: leggi qui.
Hamilton ha accolto con genuino entusiasmo la filosofia costruttiva delle vetture 2026, mentre Verstappen ha manifestato in più occasioni un disagio tutt'altro che dissimulato nei confronti di macchine che considera meno istintive, meno viscerali, meno capaci di restituire al pilota quella comunicazione diretta con l'asfalto che ha sempre rappresentato il cuore della sua guida.
Eppure, al di là di questa divergenza tecnica - reale, profonda, temperamentale - si cela un punto di contatto di natura assai più intima: un rimpianto che nessuno dei due ha mai osato formulare ad alta voce, ma che aleggia nel paddock come un pensiero latente, una presenza silenziosa e persistente. Un tarlo, per usare un'immagine tanto semplice quanto efficace. La ragione è di una chiarezza adamantina. La squadra dominante della Formula 1, in questo avvio di stagione, è la Mercedes. E nessuno dei due si trova lì.

Lewis Hamilton è una scommessa persa
Quando Hamilton ha deciso di chiudere il proprio ciclo con la scuderia di Brackley al termine della stagione 2024, la scelta appariva, nella sua logica interna, quasi inevitabile. L'era dell'Effetto Venturi aveva messo a nudo le fragilità strutturali della squadra guidata da Toto Wolff, rivelatasi incapace, per tre stagioni consecutive, di interpretare con continuità e convinzione il regolamento tecnico vigente.
Il britannico aveva maturato la convinzione che la risalita verso la vetta avrebbe potuto richiedere tempo, molto tempo. Troppo tempo. E a quasi quarant'anni, attendere un'altra stagione o due di paziente ricostruzione avrebbe potuto significare sacrificare definitivamente l'ultima, preziosa finestra per lottare ancora ad armi pari per un titolo mondiale. Da questa riflessione è nata la decisione di accettare la proposta della Scuderia Ferrari.
Il progetto, tuttavia, nel 2025 non ha saputo generare gli effetti sperati. La stagione della squadra di Maranello si è rivelata straordinariamente complicata, priva di quella coerenza prestazionale capace di trasformare il potenziale in risultati concreti. Nel 2026 la Ferrari SF-26 si è presentata come una vettura valida - solida sul piano telaistico, convincente sotto il profilo aerodinamico - ma ancora sprovvista di quell'efficienza complessiva che oggi costituisce il vero punto di forza della Mercedes W17, in particolare sul fronte della power unit, dove il divario appare nella sua forma più evidente e difficile da colmare.
Il risultato è che Hamilton si trova oggi alla guida di una monoposto competitiva, ma non della macchina di riferimento del campionato. Una condizione che, inevitabilmente, non può non alimentare interrogativi silenziosi.

Max Verstappen e quell’occasione mancata
Sul versante opposto della griglia, la storia segue traiettorie diverse, ma approda a una destinazione sorprendentemente analoga.
Negli anni più tormentati della recente storia della Red Bull - quando le tensioni interne tra Christian Horner e Helmut Marko avevano generato una frattura visibile, quasi una lacerazione, nel tessuto connettivo del gruppo Red Bull GmbH - il nome di Verstappen era stato accostato con insistenza crescente proprio alla Mercedes.
In quella fase, i contatti con Toto Wolff non erano la semplice eco di una suggestione giornalistica. Lo stesso Jos Verstappen era stato avvistato più volte in dialogo aperto con il manager austriaco durante i weekend di gara, alimentando con la propria presenza l'ipotesi di trattative concrete e in stato avanzato.
Lo scenario che si andava delineando era di assoluta nitidezza: l'olandese avrebbe potuto attivare la propria clausola rescissoria e trasferirsi a Brackley proprio nel momento in cui il nuovo regolamento tecnico avrebbe ridisegnato gli equilibri della griglia, azzerando i vantaggi accumulati e aprendo una fase inedita di competizione. Alla fine, però, Verstappen ha scelto diversamente.
La progressiva stabilizzazione dei rapporti interni alla Red Bull e la fiducia riposta nel nuovo progetto motoristico sviluppato in partnership con Ford Motor Company hanno persuaso il quattro volte campione del mondo a restare fedele ai propri colori. Anche la nuova struttura tecnica - ora affidata a Pierre Waché, dopo la partenza di Adrian Newey che aveva rappresentato per anni l'anima progettuale della squadra - sembrava offrire garanzie sufficienti per affrontare con ambizioni intatte il nuovo ciclo regolamentare. La realtà della pista, almeno per ora, restituisce un quadro meno generoso.
La Red Bull RB22 è nata gravata da criticità evidenti e, soprattutto, la power unit non sembra possedere quella raffinatezza nell'efficienza energetica che oggi contraddistingue in modo quasi esclusivo la propulsione della Stella a Tre Punte, trasformandola nel vero vettore del dominio della scuderia di Brackley.
Hamilton - Verstappen e la beffa Mercedes
Il risultato è paradossale, quasi ironico nella sua crudeltà: due piloti che insieme sommano undici titoli mondiali osservano da posizioni defilate il ritorno al vertice di una squadra che entrambi hanno avuto - per ragioni e circostanze differenti - concretamente a portata di mano. Hamilton avrebbe potuto scegliere di restare a Brackley per altre due stagioni, attraversare con pazienza la fase di transizione e ricostruzione, e ritrovarsi oggi al volante della vettura dominante del campionato.

Verstappen, dal canto suo, avrebbe potuto anticipare la mossa, attivare la clausola rescissoria nel momento di massima vulnerabilità della Red Bull, e prendere esattamente il posto che il britannico stava liberando. Nessuna di queste traiettorie si è concretizzata.
Ed è difficile immaginare che uno dei due lo riconoscerà mai pubblicamente. I grandi campioni custodiscono i propri dubbi con la stessa cura con cui proteggono la propria immagine. Non li espongono, non li condividono, raramente li ammettono persino a se stessi. Tanto meno quando quelle cogitazioni riguardano decisioni strategiche che hanno segnato in modo irreversibile il corso di una carriera.
Eppure, osservando la gerarchia tecnica che va prendendo forma in questo inizio di stagione, una domanda rimane sospesa nel paddock della Formula Uno, silenziosa e ostinata. Quanto pesa, oggi, la Mercedes che non è stata scelta?