F1 Platform Society
Lando Norris e Max Verstappen

Quella della platform society è una tematica che, nella sociologia moderna, è ancora ampiamente discussa. In un mondo in cui le Big Tech monopolizzano, attraverso le loro piattaforme, i principali ambiti della nostra vita, dalla salute all’istruzione fino all’editoria, è comprensibile che anche un microcosmo come la Formula 1 possa essere intaccato dalle dinamiche di una società che ormai è dipendente dalle logiche di queste grandi aziende che, nel caso di Meta e X, hanno cambiato e stanno cambiando tuttora il modo in cui ogni giorno ci interfacciamo alle nostre passioni.

Per tracciare una linea temporale nel nostro caso di analisi possiamo partire dall’acquisizione, da parte di Liberty Media, della Formula 1 nel lontano 2016, un cambiamento epocale che ha portato all’espansione della dimensione multimediale dello sport a livelli mai raggiunti prima. Con l’obiettivo di sviluppare il potenziale mercato statunitense nei confronti dello sport, la F1 ha varcato nuove frontiere, arrivando a forzare la mano in numerosi aspetti che la vecchia fetta di appassionati ha giudicato spesso oltraggiosi nei confronti dell’essenza dello sport stesso. 

La serie Netflix “Drive to Survive”, l’aumento dei Gran Premi negli Stati Uniti e dei circuiti cittadini a discapito di altri più storici – non ultima la decisione di inserire lo storico circuito di Spa-Francorchamps in una sorta di contratto a rotazione – ne sono un esempio. Scelte che inevitabilmente comportano sia effetti positivi, come l’aumento della popolarità e dei ricavi, sia effetti più negativi, come la progressiva polarizzazione ed estremizzazione del dibattito attorno allo sport.

Spa Francorchamps, Eau Rouge - Raidillon

L’ecosistema digitale e la trasformazione del dibattito

La Formula 1 ha subìto negli ultimi anni un aumento esponenziale dei propri numeri, sia per quanto riguarda gli spettatori che assistono agli eventi, sia per quanto riguarda i contenuti multimediali postati sui social media. Questo ha portato a un circolo vizioso che, tornando alla platform society, fa sì che anche testate giornalistiche o media che si occupano di narrare lo sport adattino la propria linea editoriale a quelle che sono le “affordances” delle piattaforme. È qui che nasce il fenomeno del clickbait: si prende una dichiarazione, la si ritaglia secondo quelle che sono le possibilità di ottenere maggiori visualizzazioni e il fatto che il contenuto possa alterare completamente la percezione di una dichiarazione non è più considerato una responsabilità.

A mio modo di vedere, le stagioni 2024 e 2025 sono state la più grande dimostrazione di questo fenomeno e prenderò come esempio l’attuale campione del mondo Lando Norris per dimostrarlo. Norris, approdato in Formula 1 nel 2019, è sempre stato, fin dagli inizi della sua carriera nella massima categoria, l’esempio più lampante di una nuova generazione di piloti che, cresciuti nel web, hanno avuto un rapporto diretto con il proprio pubblico. 

L’inglese non si è mai nascosto nei suoi modi di fare, a partire dal suo vizio di creare contenuti in diretta streaming sulla piattaforma Twitch sia prima sia dopo lo scoppio della pandemia, che ha inevitabilmente gonfiato la bolla delle live streaming. Questa è stata, tuttavia, un’arma a doppio taglio per la carriera di Norris che, avendo avuto un rapporto così diretto con le persone che lo seguono, ha inevitabilmente dovuto affrontare l’altra faccia della medaglia: gli insulti degli haters.

McLaren Bahrain
Lando Norris a bordo della McLaren MCL40

Norris, Verstappen e la polarizzazione narrativa

Il valore aggiunto, a mio parere, del personaggio Norris è stata la sua capacità di non nascondersi di fronte alle conseguenze di queste circostanze e di ammettere apertamente di aver sofferto di depressione a causa delle critiche e delle pressioni imposte da uno sport esigente come la Formula 1. Eppure la progressiva polarizzazione del dibattito attorno a questo sport e, si può dire, anche un certo background culturale dello sport stesso non hanno perdonato Norris, reo di aver cercato di essere sempre sé stesso di fronte alle telecamere e non.

Se aggiungiamo le premesse fatte all’inizio di questo articolo relative a come i social network hanno cambiato la narrazione giornalistica attorno allo sport, soprattutto attraverso l’utilizzo del clickbait, e la possibilità che danno a tutti di esprimere facilmente la propria opinione, si ottiene un mix letale che porta una persona che non ha peli sulla lingua a ricevere shitstorm che personalmente non mi è mai capitato di vedere prima. 

L’aspetto interessante che sfugge alla stragrande maggioranza dei commentatori da divano, che non hanno mai aperto una tabella dei tempi durante un Gran Premio, è che le dichiarazioni di Norris non sono altro che la sua personalissima ricostruzione dei fatti che, spesso e volentieri, se analizzata nella sua interezza, non è tanto lontana dalla realtà.

F1 Max Verstappen
Verstappen che si cala all'interno della sua RB22 durante i test in Bahrain

Per sfortuna di Lando, dall’altra parte dei box si trova il quattro volte campione del mondo Max Verstappen. L’olandese, a differenza dell’alfiere McLaren, rispecchia a tutto tondo una personalità di pilota “old style”, che ha passione per i motori (come se gli altri non ne avessero) e che in pista non lascia neanche le briciole, spesso andando ai limiti del regolamento e del fair play. 

Se prendiamo in considerazione tutti gli elementi, compresa l’efficienza dei team di riferimento – da una parte McLaren in ascesa e dall’altra una Red Bull in difficoltà, con diversi avvicendamenti nelle posizioni più alte della scuderia che inevitabilmente hanno portato caos – assistiamo a un dibattito che presenta il pupillo inglese, assistito dal team in cui si trova fin da ragazzino e che gli regala tutto, e il combattente che va oltre le capacità di quelli che ha attorno.

La pretesa sarebbe che Norris, o in questo caso qualsiasi altro pilota in griglia escluso Lewis Hamilton, abbia le stesse caratteristiche e le stesse capacità di Verstappen, pena l’essere considerato un pilota che non merita i mezzi ottenuti, come se nello sport non potessero esistere livelli diversi e tutti dovessero essere plurivincitori o, come in questo caso, pluricampioni del mondo. Inevitabilmente questo modo di pensare, estremamente polarizzato, non può che essere nocivo per gli appassionati, anche se certamente non si può dire che non riesca nello scopo sempre dichiarato da Stefano Domenicali e Liberty Media: aumentare la popolarità dello sport.

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