haas VF-26
La Haas VF-26 durante i test del Bahrain

È un argomento ampiamente dibattuto nel paddock, nelle redazioni e tra i tifosi: la “nuova” Formula 1 è oggetto di critiche feroci. Certi aspetti, difatti, rischiano di snaturare il driving puro in favore di una gestione elettrica che ricorda altre serie del motorsport. I giudizi negativi sono stati espressi da rappresentanti di peso come Charles Leclerc, Max Verstappen, Lewis Hamilton, Fernando Alonso e via citando. 

Al coro dissonante si aggiunge il canto di Helmut Marko che, a Blick, non esprime una semplice osservazione tecnica ma si lancia in una vera e propria intemerata, una delle sue. Una presa di posizione netta nei confronti dell’attuale traiettoria regolamentare della Formula 1.

Nell’intervista rilasciata al quotidiano svizzero, l’ex consulente di casa Red Bull Racing ha fotografato il momento con la tipica franchezza che non  lascia spazio all’ambiguità: “Non sappiamo cosa ci attende. I videogiochi al volante potrebbero non essere un bene per l’immagine, ma restiamo positivi”.

Helmut Marko, ex consigliere Red Bull

Marko ammonisce sul rischio di una Formula 1 snaturata

Una frase che, già nella sua apparente moderazione finale, contiene un elemento di forte criticità. L’espressione “videogiochi al volante” non è casuale: richiama una percezione di crescente artificialità della guida, in cui l’interazione uomo-macchina rischia di essere mediata in misura sempre più invasiva da logiche algoritmiche.

Dopo questa premessa, Marko ha abbandonato ogni prudenza dialettica: “Gli specialisti dei software ora sono più importanti dei piloti!. Si trovano a scrivere un nuovo programma quasi ad ogni gara. E ogni volta il pilota torna sui banchi di scuola”.

È qui che si condensa il cuore della questione. Il nuovo impianto regolamentare, con l’enfasi crescente sulla gestione elettronica, sull’ibridazione spinta e sull’ottimizzazione dei flussi energetici tramite software proprietari, sta ridefinendo le gerarchie interne ai team. L’ingegnere di controllo e lo sviluppatore di codice assumono un peso strategico che, secondo Marko, finisce per ridimensionare la centralità del talento puro.

Red Bull RB22 Bahrain
Isack Hadjar scende in pista con la Red Bull RB22

F1 2026: chi è il vero protagonista?

Non si tratta di una nostalgia retorica per un passato meccanico idealizzato. La Formula 1 è sempre stata un laboratorio tecnologico. Tuttavia, l’equilibrio tra componente umana e sofisticazione tecnica è elemento identitario della categoria. Quando Marko afferma che “gli specialisti dei software ora sono più importanti dei piloti!”, solleva un interrogativo che va oltre il caso specifico: chi è, oggi, il vero protagonista della prestazione?

Il riferimento al fatto che “si trovano a scrivere un nuovo programma quasi ad ogni gara” evidenzia un altro nodo strutturale. L’instabilità dei parametri di gestione, la necessità di aggiornamenti continui, l’adattamento costante a mappe e strategie digitali trasformano il pilota in un esecutore di protocolli complessi, più che in un interprete istintivo del limite. “Ogni volta il pilota torna sui banchi di scuola”: un’immagine che sintetizza l’idea di una guida sempre più didattica, proceduralizzata, meno spontanea.

La critica, dunque, non è solo tecnica ma anche culturale. Se l’immagine percepita è quella di “videogiochi al volante”, il rischio evocato riguarda la narrazione stessa della categoria. La Formula 1 ha costruito il proprio mito sulla figura del pilota-capitano, capace di dominare una macchina brutale con sensibilità e coraggio. Una disciplina in cui l’errore umano e l’intuizione rappresentavano variabili decisive.

Oggi, nell’interpretazione di Marko, il baricentro si sposta verso l’infrastruttura digitale. Non è un caso che la sua osservazione arrivi da una figura che ha vissuto dall’interno l’epoca dell’iper-dominio tecnico di Red Bull, un’organizzazione che ha fatto dell’eccellenza ingegneristica il proprio marchio. Se persino da quel contesto emerge un dubbio sulla direzione intrapresa, il segnale merita attenzione.

Il volante della Ferrari SF-24 pronto per Oliver Bearman

Il punto, in ultima analisi, non è demonizzare l’evoluzione regolamentare. È interrogarsi sulla misura. La sofisticazione è parte integrante della Formula 1, ma deve convivere con la riconoscibilità del gesto sportivo. Se la percezione esterna diventa quella di un esercizio di programmazione avanzata con un pilota a fare da interfaccia, il rischio reputazionale evocato da Marko - “potrebbero non essere un bene per l’immagine” - assume contorni concreti.

Le sue parole non sono un rifiuto del progresso. Sono un avvertimento: nel tentativo di spingere la frontiera tecnologica, la Formula 1 non può permettersi di smarrire il proprio elemento distintivo, ossia la centralità dell’uomo al volante. Se l’equilibrio si rompe, il campionato più avanzato del motorsport potrebbe trovarsi a dover ripensare non solo le proprie regole, ma la propria identità.


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