Lawrence Stroll, Aston Martin
Lawrence Stroll, patron della Aston Martin

Le parole di Ralf Schumacher, pronunciate nel podcast Backstage Boxengasse di Sky Deutschland, dipingono un quadro impietoso di ciò che sta accadendo in casa Aston Martin. Un team che sembrava destinato a diventare una potenza della Formula 1, e che invece si ritrova oggi a procedere - come dice lo stesso ec pilota tedesco - lateralmente anziché in avanti. Un'immagine efficace per descrivere una squadra che ha investito tutto e non sta raccogliendo nulla.

Lawrence Stroll, proprietario della scuderia inglese.

Aston Martin ha spinto troppo?

La domanda che vale la pena porsi è: come si è arrivati a questo punto? La risposta è scomoda, ma necessaria. L'Aston Martin è vittima della propria ambizione. Lawrence Stroll ha costruito un sogno a colpi di milioni: una fabbrica all'avanguardia a Silverstone, ingaggi da capogiro, e il colpo mediatico più rumoroso degli ultimi anni, ovvero l'arrivo di Adrian Newey, il genio progettuale che ha firmato alcune delle monoposto più dominanti della storia della Formula 1. 

Tutto questo avrebbe dovuto rappresentare la prova inconfutabile che il gruppo di Silverstone - dove sorge un campus da far strabuzzare gli occhi - faceva sul serio. E invece proprio quella concentrazione di talento e risorse straordinarie rischia di trasformarsi in un peso insostenibile.

Schumacher descrive Stroll come un autocrate che non parla con nessuno, che prende le decisioni da solo, lontano dai riflettori e apparentemente impermeabile al confronto. In un ambiente ad altissima complessità tecnica e umana come un'equipe di Formula 1, questo stile di gestione non è solo un difetto caratteriale: è una scelta strategicamente pericolosa. Più crescono le ambizioni, più cresce la necessità di coordinamento, di fiducia interna, di dialogo. Stroll sembra aver costruito un castello magnifico, ignorando però le fondamenta.

Aston Martin AMR26 Honda
Lance Stroll con la sua AMR26 bloccata nella ghiaia durante i test del Bahrain

Aston Martin: un team attraversato dalla tensione

Il risultato è una tensione che si percepisce a tutti i livelli. Newey, uomo abituato a lavorare in ambienti strutturati e vincenti come la Red Bull, si trova - secondo Schumacher - enormemente deluso, avendo immaginato tutto questo in modo assai diverso. Fernando Alonso, alla sua ultima stagione presunta in Formula 1 (da confermare), non è certo il tipo che accetta la mediocrità in silenzio. Lance Stroll, figlio del patron e pilota del team, non brilla per serenità quando le cose non girano. Tre figure di peso, tre fronti di possibile conflitto aperto.

L'ironia amara è questa: senza l'ambizione di Stroll, Aston Martin non avrebbe mai potuto permettersi tutto ciò. Ma è proprio quella stessa ambizione, tradotta in un progetto gigantesco gestito in modo verticistico e solitario, ad aver creato le condizioni per l'implosione attuale che, sia chiaro, non è da considerarsi irreversibile. Ma, quando si costruisce una macchina da guerra e poi la si guida senza ascoltare nessuno come afferma Schumacher, il rischio non è di andare piano, è di andare fuori strada.

Ora la squadra è chiamata a una prova di maturità collettiva che, a giudicare dal clima descritto, sembra tutt'altro che scontata nell'esito. E il tempo stringe, perché in Formula 1 la pazienza degli investitori ha una durata molto precisa. E solitamente non è lunghissima…

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