L’Italia vince, ma la Formula 1 sta perdendo se stessa
Il trionfo italiano di sette giorni fa in Cina illumina un sistema sempre più tecnico, dove il pilota rischia di diventare marginale.

Dopo vent’anni, un italiano trionfa in F1, finalmente! Congratulazioni ad Andrea Kimi Antonelli, che, nonostante la cittadinanza italiana, riesce non solo ad entrare nel mondo della Formula 1, ma anche a correre su una vettura da mondiale. È sempre emozionante vedere questi ragazzi realizzare il sogno di una vita dopo tanti sacrifici e incertezze. Per un italiano è ancora più difficile emergere, ma Antonelli ha fatto, più o meno consapevolmente, la scelta più giusta: stare lontano da tutto ciò che è Ferrari.
È invece cresciuto sotto l’ala di Toto Wolff, altro vincitore di questo Gran Premio per aver scommesso su questo giovane ragazzo nonostante le numerose critiche ricevute. Anche Wolff si conferma il miglior manager attualmente presente in Formula Uno. L’unico problema è che rimane in Mercedes.

È vera rinascita per Lewis Hamilton?
Lewis Hamilton l’anno scorso fece una bella prestazione in Cina; da lì scrissi che forse sarebbe stato un preludio per qualcosa di buono, e invece fu un mezzo disastro. Quest’anno taccio, per quanto il corpo a corpo con Leclerc dimostri che sia molto più a suo agio con la vettura. In gara è stato migliore del suo compagno di squadra. Il sorpasso su Ocon è forse la cosa più da F1 che abbiamo visto. È molto più contento nelle interviste: è proprio vero che questi quarantenni hanno sempre un sacco di risorse.
Un plauso alla Ferrari, che lascia i propri piloti liberi di correre per ora. Così non ci addormentiamo sul divano e abbiamo qualcosa su cui discutere; ed è anche uno sprone sia per Leclerc sia per Hamilton: aiuta a spingere per migliorare sempre di più. Tanto le gare le vinceranno sempre quelli della Mercedes e, purtroppo, George Russell sarà campione del mondo. Viviamo tempi difficili.
Spero che Norris si sia goduto al massimo, dai box, questa nuova Formula Uno, a cui né lui né Piastri hanno preso parte domenica scorsa. Nel caso, può sempre cambiare categoria.

Verstappen in difficoltà ma senza mai mollare
Verstappen questo weekend ha cambiato categoria, ma non il suo pensiero sui nuovi regolamenti 2026, facendoci conoscere l’Alonso che c’è dentro di lui, e che personalmente apprezzo molto. In questa fase di “debolezza”, Max cattura le attenzioni dei detrattori, che lo accusano di inveire contro il movimento solo perché non dispone della macchina più veloce. Questo lo dice pure il cognato, quello che si andò a schiantare contro il muretto di Singapore nel famoso Crash Gate del 2008: è proprio vero che i parenti (anche acquisiti) non te li scegli.
In realtà c’è chi ammette candidamente, come Leclerc, il fatto che con queste auto e la difficile gestione della parte elettrica si sia obbligati a non “rischiare” nella Q3, attenendosi al semplice compitino imparato a memoria con gli ingegneri poco prima di mettersi in auto. Non è scandaloso tutto questo? Dove dovrebbe fare la differenza il pilota, se non in un momento clou come l’ultimo giro di qualifica?
Affermazioni del genere dimostrano che dei problemi ci sono e, se Leclerc accetta supinamente di essere danneggiato in quello che è sempre stato un suo punto di forza, la colpa non è certo di Verstappen, che denuncia un sistema in cui il pilota diventa un mero passeggero. Se Verstappen non fugge – per ora – dalla categoria è perché la F1 rappresenta – per ora – la massima espressione del motorsport.
Ma se per divertirsi davvero deve andare a correre con una Gran Turismo, forse abbiamo un problema. E forse dovremmo anche chiederci perché ritiene più divertente correre quattro ore al Nordschleife e non 56 giri a Miami, anche se la risposta la sappiamo già. W Max Verstappen!
"Nel primo giro è vero che tutti noi abbiamo lo stesso livello di batteria, che è al massimo. Poi entriamo in questo campionato mondiale di batteria e in quello non siamo bravi come gli altri".

Lunga vita a Fernando Alonso
Se non esistesse Fernando, bisognerebbe inventarlo, con la sua capacità di riassumere in poche battute quello a cui stiamo assistendo. I suoi on board sono inquietanti: la FIA dovrebbe squalificare la squadra, perché non è accettabile che un pilota debba rischiare la propria salute per incompetenza di altri. Il resto non merita commento. W Fernando Alonso!
Si dice che con questi nuovi regolamenti non si sia ritornati alla situazione del 2014, però mi limito ad osservare un fatto: le squadre che hanno lavorato meglio sono quelle che realizzano tutti i componenti (telaio, meccanica, power unit) in casa. Le squadre sono Mercedes e Ferrari, che fanno un campionato a parte rispetto agli altri, anche se la Stella a Tre Punte dimostra di avere un’integrazione superiore a Ferrari.
Non sappiamo quanta possibilità di recupero verrà concessa alla Ferrari e alle altre squadre: c’è un sistema di gettoni simile appunto al 2014 (tale ADUO), di cui ad oggi non siamo ancora a conoscenza del meccanismo. Le regole e i parametri applicati dalla FIA non sono ancora stati resi noti, il che è molto grave.
Al momento ci sono delle squadre che fanno fatica a mettere in pista una vettura in grado di finire un Gran Premio (Aston Martin) e un’altra, campione del mondo in carica, che non è stata in grado di schierare due vetture funzionanti nello scorso GP, nonostante la PU Mercedes (McLaren). Se un discreto numero di ritiri e malfunzionamenti è lecito a fronte di un cambio di tecnologia, lo è meno ritornare a compiere sempre i soliti errori: complicare ancora di più uno sport che si vorrebbe rendere più fruibile possibile al pubblico generalista; consegnare la superiorità tecnica a un solo team (sempre il solito, tra l’altro); togliere agli altri team gli strumenti per inseguire, condannandoci ad assistere al solito dominio stucchevole, totalmente inermi; lasciare che variabili asettiche come mescole dei pneumatici, elettrico e format vari mettano in ombra i veri protagonisti di questo sport: i piloti.
"Il mio ruolo qui non è più difficile, è però diverso e cambia soprattutto la cultura, che non è latina. Alla Ferrari i processi non esistevano, si provava e basta. Non c’era bisogno di un piano per raggiungere l’obiettivo, mentre in Audi, con una cultura più tedesca, più svizzera, prima di tutto ci sono i piani. Senza un piano, non si agisce".

Parola di Mattia Binotto, da qualche giorno Team Principal di Audi dopo che Wheatley ha lasciato con effetto immediato l’incarico. Dicono che il problema sia il rapporto difficile con Binotto; mi chiedo invece se queste voci non emergano proprio perché Binotto, quelle poche volte che si concede alla stampa, tiene a raccontare il suo punto di vista.
Chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’ambiente da cui proviene sa che queste parole sono verosimili e, infatti, chissà come mai, non vengono mai smentite da qualcuno: si preferisce raffigurare Binotto come una persona antipatica, come se gli altri ingegneri fossero uomini o donne di spirito.
Anche qui mi piace l’Alonso che c’è in lui, quando gli chiedono se per vincere prende come riferimento la Ferrari: "Perché dovrei farlo? Non vincono più nulla dal 2008. Io voglio che l’Audi vinca". E aggiungerei: il riferimento non era Ferrari, ma le persone che ci lavoravano, mandate via dopo il 2008.