F1 Bahrain
Prove di partenza durante i test del Bahrain

La Formula 1 potrebbe essere molto più grande di quello che è. Non è un'opinione, è quasi un'ammissione ufficiale. Claire Williams, che ha guidato il “team di famiglia” dal 2013 al 2020, lo ha detto chiaramente: nello sport ci sono abbastanza soldi per ospitare fino a quindici squadre. Eppure in griglia ce ne sono undici. E probabilmente resteranno tali ancora a lungo e in presenza di un Patto della Concordia che pone limiti stringenti su questa fronte.

Formula 1: Cadillac è una mosca bianca

Il caso Cadillac racconta tutto. La FIA aveva approvato l'ingresso del team - allora ancora denominato Andretti - nell'ottobre 2023. Formula One Management lo ha respinto tre mesi dopo, poi ha cambiato idea a novembre 2024, e infine ha reso tutto ufficiale solo nel marzo 2025. Un percorso lungo quasi due anni per portare in griglia una squadra che lo stesso sistema aveva riconosciuto come idonea. Il motivo del braccio di ferro non era sportivo, era economico: più squadre significano torta da dividere in più fette, e nessuno dei commensali già seduti al tavolo aveva voglia di stringersi.

Cadillac F1 Barcellona
La Cadillac in azione al Montmelò

Williams ricorda bene quella logica, avendola vissuta dall'interno. Quando si discuteva dell'arrivo di un nuovo team nelle riunioni del gruppo strategico della Formula 1, l'argomento principale era sempre la perdita potenziale: dieci, quindici milioni a squadra. Cifre che all'epoca pesavano davvero, in un periodo in cui gli sponsor principali si aggiudicavano per otto o nove milioni e i budget faticavano ad arrivare a centoventi milioni complessivi. Un'epoca in cui erano gli sponsor a dettare i prezzi, non i team.

Formula 1: un business che si auto protegge

Oggi il mondo è completamente diverso. I title sponsor vengono venduti per ottanta, novanta milioni. Non è un caso che tutti i team, eccezion fatta per la cenerentola Cadillac, abbiamo uno sponsor nel nome. I grandi marchi si contendono l'ingresso nello sport, e sono le squadre a fare i prezzi. 

Quei dieci o quindici milioni che un tempo avrebbero fatto la differenza sono diventati, nelle parole di Williams, "spiccioli dietro al divano". La crescita accelerata degli ultimi anni - trainata dall'era Liberty Media, dal boom americano, dalla serie Drive to Survive  - ha trasformato la F1 in una macchina commerciale che genera ricchezza su ricchezza.

Eppure il campionato continua a presentarsi con undici squadre e griglie spesso incomplete, in uno sport che tecnicamente consentirebbe fino a ventisei vetture. L'ultima volta che tutti i posti sono stati occupati è stato nel 1995. Da allora, trent'anni di posti vuoti. non per mancanza di interesse, ma per scelta politica.

Sede di Liberty Media a Englewood

La giustificazione ufficiale è la tutela degli investimenti: chi ha costruito una squadra nel tempo non deve vedersi erodere il ritorno economico dall'arrivo di newcomer. È una posizione comprensibile, ma che nasconde una contraddizione: uno sport che si vanta di crescere non può al tempo stesso blindare l'accesso per proteggere rendite di posizione.

Il compromesso trovato per Cadillac - una tassa anti-diluizione molto pingue imposta al nuovo entrante - è la risposta di un sistema che vuole espandersi senza cambiare davvero. Un pedaggio imposto a chi arriva, per compensare chi c'è già. Non una visione, ma una transazione.

Williams stessa lo sintetizza con una metafora efficace: la Formula 1 è abbastanza intelligente da non voler mettere troppa carne al fuoco. Il problema è che, in questo caso, la prudenza assomiglia molto alla difesa dello status quo. E uno sport che vale miliardi, con una domanda globale mai così alta, che si autolimita per non disturbare gli equilibri interni, non sta proteggendo la propria salute. Sta solo proteggendo i propri affari.

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