Andrea Kimi Antonelli: l'italica arte di salire - e di guidare - sul carro del vincitore
Il trionfo del diciannovenne bolognese riaccende l’orgoglio nazionale, ma dietro il successo c’è il lavoro silenzioso di Mercedes e Toto Wolff, non del sistema Italia.

La vittoria di Andrea Kimi Antonelli nel Gran Premio di Cina ha prodotto un fenomeno ben noto nel panorama culturale italiano: la rapida e quasi compulsiva proliferazione di esperti dell’ultima ora. È lo sport nazionale più praticato, più diffuso persino del calcio: salire sul carro del vincitore. Talvolta addirittura guidarlo, con la disinvoltura di chi pretende di raccontare una storia che fino al giorno prima ignorava completamente.
La Formula 1, del resto, non è mai stata davvero uno sport nazionalpopolare nel nostro Paese. Lo diventa soltanto quando la Ferrari torna a vincere con continuità. In assenza di trionfi a Maranello, l’interesse tende fisiologicamente a raffreddarsi, relegando il campionato del mondo a una nicchia di appassionati più o meno competenti. E chi racconta questo sport lo sa bene.
Con Antonelli si è assistito a una deviazione rispetto a questo schema consolidato. Il semplice fatto che il vincitore sia italiano ha risvegliato un patriottismo sportivo sopito e ha trasformato, nel giro di poche ore, una folla di osservatori distratti in improvvisati conoscitori della materia. Personaggi che per anni non hanno saputo distinguere una sospensione da un cerchio si sono scoperti commentatori raffinati del talento del diciannovenne bolognese. Il risultato è un coro entusiastico che, nella sua esuberanza, spesso ha dimenticato di confrontarsi con la realtà dei fatti.

Andrea Kimi Antonelli, il patriottismo improvviso e la memoria corta
Dopo la vittoria di Shanghai, il Paese si è risvegliato celebrando Antonelli con una retorica quasi agiografica. Lodi sperticate, celebrazioni solenni, dichiarazioni altisonanti: un tripudio di entusiasmo che, in molti casi, ha mostrato una conoscenza piuttosto superficiale della storia sportiva del pilota.
Naturalmente, che un italiano vinca in Formula 1 è un fatto positivo. È salutare per l’intero ecosistema del motorsport nazionale, perché riporta l’attenzione del pubblico su una disciplina che in Italia ha radici profonde ma strutture non sempre marmoree. Un successo come quello di Antonelli può generare nuovi appassionati, attrarre investimenti e forse contribuire a superare alcune difficoltà croniche del movimento, accentuate da una Ferrari che, pur mostrando segnali di crescita, non è ancora stabilmente al livello della Mercedes.
Eppure l’entusiasmo di queste ore ha assunto contorni grotteschi. Tra i molti che hanno sentito il bisogno di partecipare alla celebrazione c’è stata anche la (LA) Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha dedicato un messaggio pubblico a mezzo social al giovane pilota bolognese. Un gesto simbolico, certamente legittimo sul piano della comunicazione istituzionale, ma che apre una domanda piuttosto scomoda. Perché l’attenzione verso il motorsport italiano sembra emergere soltanto quando c’è da celebrare una vittoria?
Negli ultimi anni, infatti, il sostegno concreto delle istituzioni alla Formula 1 nel nostro Paese è apparso quanto meno intermittente. L’esempio più evidente riguarda la questione dei Gran Premi italiani: mentre fondi e attenzioni sono stati concentrati quasi esclusivamente sull'Autodromo Nazionale di Monza, l'Autodromo Enzo e Dino Ferrari è stato progressivamente lasciato a gestire da solo il proprio destino.

Altrove il quadro è molto diverso. In Spagna, ad esempio, la collaborazione tra istituzioni nazionali e locali ha consentito al Paese di consolidare una presenza stabile nel calendario mondiale, con il Gran Premio di Spagna e il nuovo Gran Premio di Madrid, destinato a restare in calendario fino al 2035 grazie a un accordo strutturato con Liberty Media. In Italia, invece, il dibattito sul motorsport emerge quasi esclusivamente quando c’è da celebrare un campione.
Andrea Kimi Antonelli e il vero artefice del successo
Ed è qui che la narrazione patriottica di queste ore mostra tutta la propria fragilità. Perché, se oggi vediamo un italiano vincere in Formula 1, non lo dobbiamo al sistema Italia. Non lo dobbiamo alla Ferrari. E non lo dobbiamo neppure a un movimento sportivo nazionale che, pur ricco di passione, continua a mostrare limiti strutturali. Il merito principale appartiene a un manager austriaco e a un’organizzazione anglo-tedesca.
Da anni Toto Wolff ha costruito all’interno della Mercedes uno dei programmi di sviluppo piloti più sofisticati e lungimiranti dell’intero paddock. Antonelli non è comparso improvvisamente sulla scena: è stato individuato quando correva ancora nei kart, seguito passo dopo passo nel suo percorso di crescita, sostenuto economicamente e tecnicamente lungo tutte le categorie propedeutiche. La Stella a Tre Punte che investe nel Belpaese in cui, va detto, ha operato un Cavallino Rampante cieco, che non ha saputo cogliere un frutto caduto a pochi centimetri da Maranello.
La sua carriera è stata pianificata con convinzione e visione. Alcune tappe sono state accelerate, altre addirittura saltate, nella convinzione - rivelatasi corretta - che il talento del ragazzo fosse già pronto per il livello successivo.

La scelta più coraggiosa è arrivata quando Mercedes ha deciso di promuoverlo direttamente in Formula 1, affidandogli il sedile lasciato libero da Lewis Hamilton, il pilota più titolato della storia della categoria. Una decisione che, all’epoca, molti avevano definito azzardata.
Oggi, alla luce dei risultati, appare semplicemente lungimirante. È dunque a questo lavoro metodico, a questa capacità di costruire un talento nel tempo, che dovrebbe andare il plauso principale. Non a un generico sistema nazionale che si accorge dell’esistenza di un campione soltanto quando questo sale sul gradino più alto del podio.
E forse, proprio per questo, la reazione più dignitosa da parte di molti commentatori improvvisati sarebbe una sola: osservare in silenzio. Perché la nascita di un campione non è il frutto di un entusiasmo collettivo scoppiato nel giro di una notte. È il risultato di una visione, di un metodo e di un investimento paziente. Tutte qualità che, in questo caso, parlano tedesco. O, più precisamente, hanno l’accento di Vienna.