Kimi Antonelli: non costruiamo un altro "predestinato"
Il bolognese sta disputando una stagione solida e il suo talento non è in discussione. La domanda, però, è un'altra: il modo in cui viene raccontato è davvero proporzionato a ciò che accade in pista?

La domanda è la seguente: è davvero necessario esaltare ai massimi livelli Kimi Antonelli anche quando non ce n'è bisogno? Sia chiaro, questo non vuole essere uno scritto contro il pilota bolognese, contro un ragazzo di 19 anni che non ha alcuna colpa. Anzi, sta disputando la sua seconda stagione in F1, una stagione positiva, solida, che lo vede in lotta per il titolo mondiale 2026. Questo vuole essere uno scritto contro la narrazione che si è creata attorno ad Antonelli, talvolta esagerata, che porta a esaltare il pilota anche quando in pista non è successo assolutamente nulla che lo giustifichi.
Non vi è dubbio che Kimi sia tra i protagonisti di questa stagione. È il pilota che più si sta distinguendo in griglia, non solo perché ha conquistato cinque vittorie consecutive, ma perché lo ha fatto prendendo il posto che tutti immaginavano spettasse a George Russell. Essendo ormai un veterano dell'ambiente Mercedes, ci si aspettava infatti che fosse lui a trascinare la squadra, a vincere con continuità e a salire più volte sul gradino più alto del podio.

Il problema non è Antonelli, ma come viene raccontato
Tornando alla domanda iniziale, è davvero necessario esaltarlo continuamente, sottolineare quanto sia bravo e performante anche quando non è - per usare un’espressione familiare - driver of the day? Questa non vuole essere una critica soltanto a chi racconta il weekend di gara. In quel caso è normale che, se Antonelli domina un GP, sia giusto evidenziarne il talento. L'unica osservazione riguarda il linguaggio, in quanto bisognerebbe utilizzare termini il più possibile oggettivi, che descrivano con equilibrio ciò che realmente accade in pista.
La critica è rivolta soprattutto alla narrazione costruita da alcuni siti, settimanali e quotidiani sportivi. È giusto complimentarsi con Kimi Antonelli. È giusto parlare bene di lui. È ancora più giusto farlo quando vince, quando trascina la squadra, quando conquista successi consecutivi e batte record appartenuti a grandi campioni. Ma raccontare ogni episodio facendo continuamente riferimento al #12, anche quando non è stato il protagonista di giornata, inizia a suonare eccessivo. L'esempio è rappresentato dalle ultime due gare.
In Austria, ad esempio, l'episodio principale ha riguardato George Russell che, con grande furbizia e strategia, ha alzato il piede nel momento giusto durante la bandiera gialla provocata da Max Verstappen, riuscendo così a conquistare la pole position. Antonelli, invece, per inesperienza ha rallentato maggiormente, perdendo quei decimi decisivi nei confronti della Ferrari.
E piuttosto che basare il racconto su quanto appena detto, cosa che lui stesso ha ammesso e che anche il team ha riconosciuto, si è preferito trasformare l'episodio in una dimostrazione del suo essere buono, facendo emergere il suo perbenismo, senza neppure sottolineare che il principale responsabile della situazione fosse la FIA, che ha gestito in maniera discutibile l'esposizione delle bandiere.
L'altro esempio è lo scorso GP di Silverstone, vinto da Charles Leclerc dopo l’edizione 2024 del GP di Austin. Vittoria per la quale si è scelto di raccontare l’ovvietà, l’oggettività della cosa, per poi mettere subito al centro il pilota bolognese. Kimi ha completato la gara con un problema alla ruota anteriore sinistra, nonostante la volontà del team di ritirare la vettura. Occasione ghiotta per paragonare Antonelli ai grandi di questo sport, che hanno portato a termine gare in condizioni critiche.

Il precedente Leclerc dovrebbe insegnare qualcosa
Ancora una volta ci si ritrova di fronte ad una narrazione esagerata. E sia chiaro, non perché Antonelli non sia un pilota eccezionale, ma perché è presto. Perché è solo alla sua seconda stagione, perché l’aver conquistato cinque vittorie consecutive non significa ancora appartenere alla categoria di chi ha scritto la storia della massima serie.
È vero, ha già battuto alcuni record, ma non ha ancora conquistato un titolo mondiale e non è ancora salito sul gradino più alto del mondo. Perché non lasciare che sia il tempo a parlare? Perché non misurare le parole e i commenti? Antonelli è bravo, è forte, è un pilota che si sta dimostrando solido tanto al sabato quanto alla domenica e continuerà ad esserlo anche senza commenti smisurati.
Il rischio è quello di creare attorno a lui la stessa narrazione che, anni fa, si costruì attorno a Charles Leclerc, continuamente esaltato, anche quando non era necessario. Leclerc venne definito "il predestinato" già alla sua seconda stagione in F1, che coincideva con la sua prima in rosso. Ma un pilota al secondo anno è ancora acerbo. È ancora in fase di crescita. Anche perché poi sono arrivati gli errori, le sconfitte interne e la vincita media di una gara all’anno. Questo fa di Charles un pilota scarso? Limitato? Questi episodi lo hanno tolto dall’essere un possibile candidato al titolo?
Assimilato il concetto, quelli descritti sono momenti fondamentali nella crescita di un pilota. Farlo sentire già arrivato non aiuta chi guida, non aiuta chi gli sta attorno e non aiuta nemmeno chi segue questo sport. Si rischia, anzi, di creare una fanbase che col tempo può diventare tossica, pronta a difendere il proprio beniamino davanti a qualsiasi critica, anche quando essa è oggettiva e costruttiva.
I piloti hanno bisogno del loro tempo, hanno bisogno di maturare e anche se non vengono continuamente esaltati, non smetteranno certo di essere forti. Il rischio, invece, è creare antipatia. Quanti sono diventati antipatici agli occhi del pubblico semplicemente perché venivano continuamente celebrati anche quando non necessario? I piloti crescono con il tempo, anche grazie ai compagni di squadra. Il tanto criticato Carlos Sainz ad esempio, è stato un aiuto importante per il monegasco, così come oggi George Russell è - o può essere - un aiuto prezioso per Kimi Antonelli.

Kimi Antonelli: Il talento ha bisogno di tempo, non di un piedistallo
Perdonerete la ripetitività, ma allora perché esaltare continuamente un pilota anche quando non è necessario? Perché poi si deve scrivere “lo avevamo detto” quando il pilota esce da una fase negativa? Vedi ad esempio il trattamento riservato a Lewis Hamilton.
Tempo al tempo. Nessuno pensa che Antonelli non abbia talento, semplicemente che abbia bisogno del suo tempo e di una narrazione più misurata, più equilibrata e più oggettiva. Perché non è parlandone sempre bene che gli si dimostra vicinanza. Anzi, probabilmente lo si rispetta di più quando gli si rivolge anche una critica costruttiva. Quando si riconosce che, in quel momento, ha commesso una piccolezza, un errore.
Morale della favola? Andiamoci piano. Godiamoci il momento, la crescita e i successi di questo ragazzo senza creare - se così possiamo dire - falsi miti. Non costruiamo una narrazione che rischi di metterlo troppo presto su un piedistallo e, alla lunga, di renderlo ciò che non è o che non potrebbe essere. Tempo al tempo, sempre.
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