Aston Martin: l’alba complicata del progetto 2026. È possibile un’inversione di rotta?
Tra elevate ambizioni industriali e palesi ritardi tecnici, il team di Silverstone paga l’avvio difficile della nuova era con Honda e Newey

Cosa sta accadendo realmente in casa Aston Martin? La domanda circola nel paddock da settimane, col team di Silverstone che fa fronte a un avvio ben più complesso del previsto nel nuovo ciclo tecnico.
Quando, nel 2021, Lawrence Stroll trasformò la ex Racing Point in Aston Martin, l’operazione fu presentata come l’inizio di una scalata strutturale alla vetta. L’ambizione era dichiarata: diventare un riferimento stabile del campionato, non un outsider occasionale. Negli anni successivi, il progetto ha alternato segnali incoraggianti a fasi di evidente difficoltà.
Nove podi e una quasi vittoria a Monaco, nel 2023, hanno mostrato un potenziale concreto, ma la continuità da top team non è mai arrivata. Da quel momento per la “Verdona” è stata una inesorabile discesa nel baratro. Era idea comune che il nuovo contesto normativo del 2026 potesse portare a una sterzata nettissima. Invece siamo qua ad interrogarci su cosa sia andato storto e perché i tanti investimenti abbiano generato problemi e non crescita dirompente.

Investimenti, infrastrutture e la scelta Honda
Sul piano industriale, l’impegno della proprietà non è mai mancato. A Silverstone è sorta una factory completamente nuova, con galleria del vento e simulatore di ultima generazione. L’obiettivo era chiaro: emanciparsi progressivamente da forniture esterne e internalizzare ogni area chiave del progetto, inclusi cambio e sospensioni posteriori, in precedenza acquistati dalla Mercedes.
Parallelamente, è stata costruita una struttura tecnica di altissimo profilo. L’ingaggio di Enrico Cardile dalla Ferrari e, soprattutto, l’arrivo di Adrian Newey rappresentano un chiaro segnale strategico. Portare a Silverstone il progettista più vincente dell’era moderna significa voler incidere in profondità sull’identità tecnica della monoposto.
Fondamentale, in questo scenario, l’accordo con Honda come partner ufficiale per la power unit dal 2026. Il costruttore giapponese ha dimostrato di saper costruire cicli vincenti, come evidenziato dai titoli conquistati con Red Bull tra il 2021 e il 2024. Tuttavia, ogni nuova era regolamentare comporta un rischio tecnologico elevato, e l’integrazione tra telaio e motore è un processo complesso, soprattutto quando entrambi sono completamente nuovi.
Il 2026 rappresenta un reset tecnico profondo: ripartizione 50% termico e 50% elettrico, nuova centralità dell’MGU-K e carburanti sostenibili come elemento strutturale della prestazione. In questo contesto, la sinergia tra progettazione telaistica e architettura della power unit è decisiva. E proprio qui emergono le prime criticità.

Ritardi, chilometri mancanti e curva di apprendimento
L’avvio operativo del progetto non è stato lineare. L’arrivo di Newey è avvenuto, a causa del gardening imposto dalla Red Bull, a stagione già inoltrata rispetto all’apertura ufficiale dello sviluppo 2026. Il progettista britannico, coerentemente con la sua filosofia, ha voluto intervenire in modo sostanziale sull’impostazione della vettura. Questo ha generato una revisione profonda dei concetti iniziali, con inevitabili ripercussioni sulle tempistiche.
Il risultato è stato un inizio in salita già allo shakedown di Barcellona, con un programma compresso e margini ridotti. In Bahrain la situazione si è ulteriormente complicata: chilometraggio limitato e affidabilità dell'unità motrice Honda non ancora consolidata hanno impedito di accumulare dati fondamentali. Il totale percorso - poco più di duemila chilometri - è apparso modesto rispetto ai riferimenti di vertice, con un gap significativo rispetto ai team più solidi sul piano operativo.
Nei test, i tempi sul giro vanno sempre interpretati con cautela, tra carichi di carburante variabili e programmi differenziati. Tuttavia, il distacco registrato in termini puramente cronometrici ha confermato una difficoltà strutturale. Senza chilometri, non si consolida la correlazione tra simulazione e pista; senza correlazione, lo sviluppo diventa meno efficiente.
Il nodo è duplice: da un lato l’affidabilità della nuova unità Honda, dall’altro la necessità di comprendere un telaio radicalmente diverso, concepito in parte sotto una nuova guida tecnica. L’assenza di test in-season amplifica il problema. Con sole tre sessioni di prove libere per weekend, quando non c'è la Sprint Race, recuperare terreno diventa un esercizio di ottimizzazione estrema.
All’interno del team non c’è negazione della realtà. La linea è pragmatica: priorità all’affidabilità, accumulo di chilometri, risoluzione progressiva dei problemi. L’esperienza di Andy Cowell, ora focalizzato maggiormente sull’integrazione con Honda dopo il passato vincente in Mercedes nell’era turbo-ibrida, rappresenta una risorsa tecnica rilevante proprio in questa fase di assestamento. Ma non è ancora chiaro se l'ingegnere rimarrà o sarà definitivamente defenestrato dopo il demansionamento degli ultimi mesi.
La storia recente della stessa Honda suggerisce che un inizio difficile non preclude un ciclo competitivo. Il ritorno problematico con McLaren, seguito dall’ascesa con Red Bull, dimostra che la capacità di reazione esiste. Ma serve tempo, e in Formula 1 il tempo è una variabile che non tutti possono permettersi di contemplare. Specie chi ha investito risorse ingenti.

Aston Martin AMR26: è possibile invertire la rotta?
Sul fronte telaistico, è già previsto un pacchetto evolutivo nelle prime gare, con un piano di sviluppo aggressivo. In ogni nuova era regolamentare si assiste a una corsa tecnica nei primi dodici-diciotto mesi: chi individua prima la direzione corretta ottiene un vantaggio da spendere anche più avanti. Per Aston Martin, la sfida è spendere in modo efficiente le risorse disponibili e stabilizzare finalmente la propria struttura tecnica, evitando ulteriori scosse organizzative.
Il quadro attuale è quello di un progetto ambizioso che si trova nella fase più delicata: quella in cui la visione deve tradursi in performance misurabile. Le infrastrutture sono di primo livello, tutti lo riconoscono. Il capitale umano è stato rafforzato e la partnership motoristica ha potenziale. Ma la combinazione simultanea di nuovo regolamento, nuova power unit e nuova leadership tecnica rende inevitabile una curva di apprendimento ripida.
Non si tratta di stabilire se Aston Martin possa arrivare al vertice, ma di capire quanto tempo servirà per allineare tutti i fattori critici. Nel frattempo, i rivali continueranno a sviluppare, consolidando il proprio vantaggio. Per la compagine di Silverstone la priorità è ridurre l’inerzia iniziale, ristabilire affidabilità e costruire una base dati solida. Solo allora l’ambizione dichiarata nel 2021 potrà essere valutata su parametri concreti.