F1 - La Ferrari è un team che da sempre parla inglese
Hamilton è solo l’ultimo capitolo di un rapporto storico tra Ferrari e i piloti britannici, protagonisti di alcune delle pagine più importanti della Scuderia

Quando Lewis Hamilton ha conquistato il Gran Premio di Catalogna 2026 al volante della Ferrari, il risultato non ha rappresentato soltanto il ritorno alla vittoria del sette volte campione del mondo. Quel successo ha aggiunto un nuovo capitolo a una storia che lega Maranello alla Gran Bretagna sin dagli albori della F1.
F1 - Ferrari e Regno Unito, un legame che attraversa le epoche
Il podio di Barcellona, completato da George Russell e Lando Norris, ha riportato la bandiera britannica al centro della scena come non accadeva dal Gran Premio degli Stati Uniti del 1968 a Watkins Glen, quando Jackie Stewart precedette Graham Hill e John Surtees. Un dato che assume ancora più valore se si considera il peso storico dei piloti britannici nella massima categoria.
Per Ferrari, però, il significato è stato ancora più profondo. Prima dell'arrivo di Hamilton, soltanto sei piloti britannici erano riusciti a vincere almeno un Gran Premio con la Scuderia. Il campione di Stevenage è diventato il settimo nome di una tradizione che attraversa oltre sette decenni di storia sportiva.

Mike Hawthorn, il primo britannico a conquistare Ferrari
Il primo grande interprete di questo rapporto fu Mike Hawthorn. Enzo Ferrari rimase impressionato dal talento e dall'aggressività del giovane inglese già nel 1952, quando guidava una Cooper-Bristol. L'anno successivo lo volle a Maranello e la scelta si rivelò immediatamente vincente.
Nel 1953 Hawthorn conquistò il Gran Premio di Francia dopo uno dei duelli più celebri dell'epoca contro Juan Manuel Fangio. A quella vittoria seguirono il successo nel Gran Premio di Spagna del 1954 e un'altra affermazione in Francia nel 1958.
Proprio nel 1958, grazie a una stagione caratterizzata da grande continuità di rendimento, Hawthorn riuscì a conquistare il titolo mondiale, diventando il primo campione del mondo britannico nella storia della Formula 1.
Peter Collins, il talento che conquistò Maranello
Accanto ad Hawthorn emerse un altro pilota destinato a lasciare un segno profondo nella memoria ferrarista: Peter Collins.
Entrato in Ferrari nel 1956, vinse immediatamente in Belgio e Francia, dimostrando velocità e maturità fuori dal comune. Collins divenne celebre anche per il gesto di sportività compiuto a Monza nel 1956, quando cedette la propria vettura a Fangio durante la lotta mondiale, rinunciando di fatto a una possibilità concreta di conquistare il titolo.
Nel 1958 arrivò la vittoria nel Gran Premio di Gran Bretagna, ma la sua carriera venne tragicamente interrotta poche settimane più tardi al Nürburgring, in un incidente che privò Ferrari di uno dei suoi talenti più promettenti.

Brooks e Surtees, la continuità del rapporto
Dopo Hawthorn e Collins fu il turno di Tony Brooks. Considerato ancora oggi uno dei piloti più sottovalutati della storia della Formula 1, il britannico arrivò a Maranello nel 1959 e vinse immediatamente in Francia e Germania.
La sua guida raffinata e il carattere riservato rappresentavano l'opposto dello stereotipo del pilota spettacolare, ma la sua efficacia era fuori discussione.
Negli anni Sessanta il testimone passò a John Surtees, una delle figure più straordinarie mai viste nel motorsport. Dopo aver dominato il Motomondiale conquistando sette titoli iridati con MV Agusta, il britannico si affermò anche in Formula 1.
Con Ferrari vinse a Monza nel 1963, in Germania e nuovamente a Monza nel 1964, stagione culminata con la conquista del Campionato del Mondo. Nel 1966 aggiunse un'altra vittoria a Spa-Francorchamps.
Surtees resta ancora oggi un caso unico nella storia dello sport motoristico: l'unico pilota capace di diventare campione del mondo sia su due che su quattro ruote: leggi il nostro focus.
Da Mansell a Irvine: altri protagonisti britannici in rosso
Negli anni successivi Ferrari continuò a guardare con interesse al talento britannico. Nigel Mansell, soprannominato dai tifosi "Il Leone", debuttò con una vittoria memorabile nel Gran Premio del Brasile del 1989, nonostante una monoposto che durante l'inverno aveva mostrato numerosi problemi di affidabilità. Quella stagione gli regalò anche il successo in Ungheria, mentre nel 1990 arrivò un'ultima affermazione in Portogallo prima del ritorno alla Williams.
Alla fine degli anni Novanta fu invece Eddie Irvine a sfiorare il titolo mondiale. Nel 1999 il nordirlandese vinse quattro Gran Premi e si ritrovò improvvisamente leader del progetto Ferrari dopo l'infortunio di Michael Schumacher a Silverstone. Il mondiale sfuggì per appena due punti contro Mika Hakkinen, ma quella stagione rimane la più importante della sua carriera.

Hamilton e il nuovo capitolo della tradizione britannica
L'approdo di Lewis Hamilton a Maranello ha rappresentato uno degli eventi più importanti della Formula 1 contemporanea. Dopo un complicato primo anno in rosso, durante il quale non sono mancati momenti di forte frustrazione, il britannico è riuscito a ritrovare competitività grazie a un intenso lavoro svolto durante l'inverno.
La vittoria ottenuta in Catalogna non è stata soltanto un successo personale. Ha riportato Ferrari e un pilota britannico sul gradino più alto del podio, inserendo Hamilton in un club esclusivo composto da Hawthorn, Collins, Brooks, Surtees, Mansell e Irvine.
Guardando la storia, emerge con chiarezza come il rapporto tra Ferrari e la Gran Bretagna non sia mai stato episodico. Dalle intuizioni di Enzo Ferrari negli anni Cinquanta fino alla scommessa su Hamilton nel XXI secolo, Maranello ha spesso trovato nei piloti britannici uomini capaci di interpretare al meglio lo spirito competitivo della Scuderia. Un filo rosso che attraversa generazioni diverse e che, ancora oggi, continua a scrivere nuove pagine della storia della Formula 1.
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