Niki Lauda
Niki Lauda

Sette anni fa se ne andava. Niki se la ride da lassù, con un ghigno beffardo celato dall'ombra del suo cappellino rosso. Un colpo di tosse rauco serve a fargli provare nuovamente la sensazione di essere vivo, in barba ai suoi malconci polmoni, bruciacchiati al pari del suo viso. Perché non è diventato un angelo nemmeno nell'aldilà: il suo volto rimane lo stesso, al pari del suo sarcasmo adorabilmente cinico. 

Niki Lauda sorride ripensando alla vita di laggiù, a quel turbinio fatto di ruote e di metalli, di velocità e di passi frenetici condivisi con sorella morte. Una ballerina esigente, alla quale bastava pestare un piede per ritrovarsi fuori traiettoria, nella danza macabra che preludeva alla fine. Qualche volta era il fumo, acre, pungente, che conservava l'odore malsano della benzina miscelata alle lamiere. Altre volte era il rumore, il clangore di uno schianto rapido, capace di stordire non solo l'udito, ma l'anima intera.

Formula 1
Niki Lauda ed Ayrton Senna a Brands Hatch nel 1984

Niki Lauda: l'antipersonaggio che diventa mito

Per lui era stato il fuoco. Dirompente, avvolgente, senza pietà. Non vuole ricordare l'attimo dell'impatto, ma non può dimenticare la fiamma che lo avviluppa e lo contorce. Sintesi perfetta, in fondo, di ciò che aveva voluto e inseguito con ogni fibra di sé. Il ragioniere, il rischio calcolato, il pilota privo di emozioni? Etichette comode, cucite addosso a Lauda per chi non aveva il coraggio di guardarlo davvero. 

Ma Niki era altro. Introverso a tratti, scomodo quasi sempre, mai prevedibile. Come può essere definito ordinario un ragazzo che ha lasciato agi e certezze per gettarsi in balia di una passione che poteva ucciderlo? Le biografie lo mistificheranno, con una sentenza dei posteri che non è ardua, ma solamente riduttiva. In quegli anni per correre non bastava la testa: ci voleva il cuore, serviva la follia. 

Niki non si atteggiava, rimaneva dentro il proprio orizzonte, chiuso nella sua corazza come in un abitacolo. Imperscrutabile ai più, poco empatico per molti. Eppure capace di narrare, a colpi di volante, una delle sfide più appassionanti della storia dell'automobilismo. Nei panni dell'antieroe, dello sfidante coriaceo, nonostante gli eventi che avrebbero potuto renderlo un martire comodo, un simbolo da consumare. Ma l'austriaco era fatto di un'altra pasta e non cercava facili consensi: meglio le critiche, davano più pepe alla vita.

James Hunt e l'amico-nemico Niki Lauda

Così ha lasciato che il mondo consacrasse Hunt, il genio ribelle, tutto talento e sregolatezza. Ha permesso che James diventasse campione, comprendendo forse - con quella sua lucidità tagliente - che il canto dell'avversario era destinato a brillare come quello di un cigno, splendente e unico nel suo disordine. 

Niki in disparte, in balia delle paure, dell'incertezza, di tutte quelle variabili che rendono umano un pilota e ce ne fanno innamorare per sempre, spalancando le porte al mito. Porte che si chiudono sbattendo, come quella di Maranello, e si riaprono con un ritorno imprevisto e un titolo vinto per un'inezia. Quasi per dispetto, quasi per dimostrare che non aveva ancora finito. 

Niki Lauda: il cuore e la ragione

Niki era così: ragionevole e vulcanico, capace di lasciare tutto e poi di stupirti. Con Enzo una ferita aperta, mai del tutto rimarginata, tenuta insieme dal filo robusto del rispetto reciproco e da un'affinità ancestrale che nessuno dei due avrebbe mai ammesso ad alta voce. Un legame decifrato solo a stralci, eppure abbastanza potente da unirli in un per sempre silenzioso.

Poi sarebbero arrivati i voli, il cielo azzurro al posto dell'asfalto scuro, le nubi bianche al posto delle fumate nere. Un altro modo per riconoscersi, per continuare a sfidare i confini. Naturalmente trasformandolo in un business, perché Lauda non può smentirsi e non può concedersi capricci dell'anima che siano visibili a occhio nudo.

Le ultime immagini sono a bordo pista, con l'immancabile cappellino rosso. Il deus ex machina capace di consigliare Hamilton, regalandogli una carriera senza eguali; il pilastro del paddock, capace di stare allo scherzo e di farsi sfilare il berretto da Vettel, sorridendo come un ragazzino sorpreso in flagrante. Qualche critica causticamente bonaria sui ferraristi "mangia-spaghetti", la voce di un saggio che non riesce ad essere banale nemmeno quando ci prova. Poi un arrivederci che lo conferma, e lo consegna per sempre al ricordo.

Lewis Hamilton ricorda Niki Lauda con un casco celebrativo

Ci ha detto addio in una notte di maggio di sette anni fa, poco prima del Gran Premio di Monaco, con i piloti che facevano a gara per omaggiarlo nel budello di curve strette del Principato. Caschi dipinti in memoria, un saluto commosso, smosso dai singhiozzi e da qualche lacrima che faceva capolino sotto i visori, complice un cielo grigio che sembrava aver capito tutto. 

Niki osservava da lassù, in un compiaciuto silenzio, e ha scelto di accomiatarsi a modo suo: sfilandosi il cappellino, con quel gesto secco e affettuoso che era solo suo. In onore di chi corre ancora. In onore di chi si emoziona, ancora, a vederli correre.


Clicca qui per aggiungere Formulacritica come fonte preferita su Google Discover 

 

Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui