F1: ignorare i piloti può diventare il vero problema del Circus
La stagione 2026 ha ridisegnato gli equilibri in pista, ma ha anche acceso un dibattito fuori dai circuiti. Dalle difficoltà di alcuni top driver alle dichiarazioni di Juan Pablo Montoya, emerge un tema centrale: il rapporto tra la F1 e i piloti

La stagione 2026 di F1 sta avendo dei nuovi protagonisti: davanti a tutti non ci sono più Red Bull e McLaren, ma bensì Mercedes e Ferrari. Ad entrambi i team, infatti, va riconosciuto il merito di aver effettuato un upgrade non indifferente, interpretando al meglio - più Mercedes - i nuovi regolamenti.
Chi l’anno scorso occupava la parte alta della classifica, ossia Max Verstappen e Lando Norris, sta disputando tutta un’altra stagione. Al termine del GP di Cina del 2025, il nuovo #1 occupava la leadership con 44 punti, seguito dal quattro volte campione del mondo a 36. Ad oggi, sempre dopo due weekend di gara, Norris è al sesto posto in classifica, con 15 punti dietro Bearman, mentre Max in ottava con 8 punti, alle spalle dell'Alpine di Pierre Gasly. E già osservando solo questo dato, è chiaro l'andamento negativo.
Fa strano vederli battagliare a centro gruppo e fa ancora più strano vederli non prendere parte ad un Gran Premio. La situazione che stanno affrontando è più che nota, così come le dichiarazioni rilasciate al termine di ogni weekend. E se Norris è più composto (ma non troppo), Verstappen non ha peli sulla lingua, attaccando l’intero - se così possiamo definirlo - sistema.
Anzi, volendo aprire una parentesi, fa più rumore vedere Max correre nelle retrovie che Lando. Vero è che in ballo ci sono più titoli mondiali, ma fino all’anno scorso vedevamo Norris essere davanti a tutti ed iniziare un dominio nella seconda parte di campionato. E invece il fatto che non parta allo spegnimento dei semafori, o che gareggi alle spalle dei primi cinque, non suscita tutto questo clamore. Come se si facesse fatica - almeno per chi scrive - a percepirlo campione.

Montoya contro i piloti: parole che fanno discutere
Che la nuova F1 non piaccia alla maggior parte dei piloti, ormai non fa più notizia. Charles Leclerc, ad esempio, ha riconosciuto come in qualifica abbia perso quel suo punto di forza nel portarsi al limite, specie in Q3. Anche il campione in carica si è dovuto ricredere. Se durante i test ha “carinamente” invitato Verstappen a guardare altrove, gli è bastata una gara per cambiare rapidamente idea.
Ed in tale contesto si inserisce Juan Pablo Montoya, esprimendo parole poco piacevoli nei confronti di chi critica questo nuovo modo di correre. “A un certo punto”, racconta in un’intervista rilasciata ad AS Colombia, “la Formula 1 deve fare quello che fanno gli sport negli Stati Uniti: per chi non rispetta lo sport, c’è la porta”.
L’ex pilota Williams crede che si tratti di una mancanza di rispetto e che, quindi, la soluzione si trovi in una fuoriuscita dal paddock o in una sanzione. “Possono andarsene” ha aggiunto, “oppure ricevere una multa, così imparano davvero a rispettare quello che fanno. È quello che farei io”. Verrebbe quasi da dire che per fortuna non è lui al vertice, anche perché sembrano parole volte ad impedire la libertà di pensiero ed in tale contesto storico, stonano e non poco.
Contesto che la stessa F1 sembra dimenticare, censurando commenti da parte dei fan sui social, dichiarazioni dei piloti in conferenza e telemetrie. “Va bene avere un’opinione” continua Montoya. “Non sto dicendo che debbano per forza apprezzare tutto, ma prendere in giro la Formula 1 e paragonarla a Mario Kart non dovrebbe essere accettato”.

Libertà di pensiero e sanzioni: perché le parole di Montoya non convincono
Le parole espresse dall’ex driver non sono del tutto condivisibili. Metterli alla porta solo perché hanno un pensiero diverso, non è la soluzione più saggia. Vero, il rischio di perdere piloti come Verstappen e Norris è alto, anche se forse più per Max. Non solo perché ha altri interessi nel motorsport - correrà ad esempio la 24 Ore del Nürburgring - ma anche perché ha più volte affermato che non si vede in Formula 1 fino a quarant’anni.
Ma anche perché l'olandese nel corso delle stagioni, ha sempre dato l’idea che dietro ogni cosa deve esserci un motivo. Si corre perché c’è determinazione, c’è motivazione, stimolo, c’è un obiettivo da raggiungere. Non si tratta solo di gareggiare perché si è messi nella giusta condizione per farlo. Per Norris invece il discorso è diverso. Si fa fatica ad immaginarlo lontano dal Circus, anche perché da quel poco che traspare del suo privato, tra i suoi interessi rientra il golf. Attività alla quale può dedicarsi un pilota in pensione.
Tornando seri e alle parole di Montoya, è un discorso che va al di là delle semplici dichiarazioni. È un ragionamento che va approfondito in merito a quanto la stessa F1 ha costruito negli anni. Vero: se non ti piace più questo modo di correre - adesso o in futuro - libero di andare altrove. Non si è obbligati. Ma dover essere quasi costretti a lasciare, diventa controproducente per l’intero sport.
Perdere un campione come Max Verstappen aprirebbe innumerevoli scuole di pensiero a cui la F1 dovrà dare conto. E per quale motivo? Perché si sarebbe preferito non ascoltare le opinioni dei propri piloti? In effetti, la sensazione sembra essere questa, ossia che i nuovi regolamenti siano stati portati a termine senza il parere di nessuno.
In realtà è chiaro che non è così, anche perché i team hanno approvato e firmato il tutto. Ma se c’è una critica che può essere mossa alla F1, è quella di non aver dato peso agli avvertimenti. Ne è un esempio Fred Vasseur, che aveva avvisato che le partenze sarebbero state un problema e generato caos. Ferrari infatti si è adeguata e tratto vantaggio, ma assisteremo ad altre partenze “fallate” come quella di Kimi Antonelli in Australia o quella di Verstappen in Cina.

Il rapporto tra F1 e piloti è il vero problema?
Domanda a tutti gli effetti lecita. La Formula 1 in qualche modo deve evolversi, anche perché il pubblico cresce, cambia e quello attuale rappresenterà il futuro della competizione. Ma categoria e piloti non devono essere due rette parallele, ma incontrarsi per creare un clima coeso. Anche perché sono loro che hanno acceso le ultime stagioni, sono loro che hanno permesso alle nuove generazioni di appassionarsi alle gare.
E la stessa F1 si è servita dei suoi piloti. Stefano Domenicali dichiarò che questi ultimi devono essere dei personaggi e mettersi in gioco non solo all'interno della monoposto, ma anche attraverso l’intrattenimento televisivo, social, delle piattaforme e quant’altro. E quindi “ti servi” dei tuoi beniamini per poi lasciarli solo perché non accettano le nuove regole?
Il ragionamento è molto più ampio e complesso, ma essere concordi con le parole di Montoya, non si può. Significherebbe abituarci ad un tipo di sport al quale non si vuole assistere. Anche se, essendo la serie iridata sempre più americana, non è difficile immaginare che tale scenario possa accadere in futuro. Ma se si vuole rendere la competizione ancora più grande, ancora più appetibile, con nuovo pubblico, nuovi circuiti, nuovi Paesi interessati e di conseguenza nuovi investimenti, la voce di ventidue personaggi, va presa in considerazione e non sottogamba.
Non si può volere affrontare il punto di vista di un pilota - vedi Domenicali con Max - per poi ribadire che l’evoluzione tecnologica delle auto, richiede e richiederà un nuovo modo di guidare. C’è volontà di ascolto ma senza poi essere interessati nel trarre diverse conclusioni? Domanda alla quale non si può rispondere con certezza. Ma il rischio è alto, è perdere pezzi, perdere tutto ciò che ad oggi equivale ad un guadagno.