F1 2026: il pilota è centrale per gestione o imposizione?
Charles Leclerc in azione in Bahrain

Nella giornata di ieri si è conclusa la seconda sessione di test della stagione 2026 di Formula 1, la prima sul circuito di Sakhir, in Bahrain. Tre giornate che hanno assunto un’importanza non indifferente. Poche le ore per sbirciare ciò che accadeva in pista, ma rivelatesi fondamentali.

Non tanto per capire a che punto si trovino le vetture - dato marginale, perché la verità emergerà solo da Melbourne in poi - quanto per cogliere degli altri segnali. Abbiamo assistito infatti - almeno tale è l’impressione - ad  un cambio di scena piuttosto netto rispetto a Barcellona, perché è stato possibile analizzare ancora più a fondo le sensazioni dei piloti e le loro considerazioni a caldo dopo la guida di queste nuove vetture.

Ricordiamo che la Williams è scesa in pista per la prima volta, che Aston Martin accusa serie difficoltà e che Ferrari ha confermato - sperando non si perda per la strada - la sua solidità insieme a Mercedes e al motore Red Bull. McLaren, almeno stando alle dichiarazioni dei papaya, sembra essere ancora un passettino indietro, mentre il resto della griglia resta un grande punto interrogativo. 

Oltre il cronometro: la voce dei piloti come unica verità dei test

Tale concetto lo abbiamo già ribadito: le dichiarazioni e le sensazioni dei piloti sono l’unico strumento per captare segnali importanti all’interno di queste sessioni di test. E sono già iniziate quelle che potremmo definire dichiarazioni “importanti”, di quelle che assumono un certo peso all’interno della Formula 1, che lasciano il segno e che probabilmente continueranno a risuonare nel tempo, a meno di upgrade di cui oggi non siamo a conoscenza.

Mettendo da parte - se così possiamo definirli - i primi giochi mentali tra piloti (vedi Verstappen e Norris, a cui si è aggiunto Russell), dalle parole pronunciate a fine sessione dai protagonisti in griglia, emerge un unico pensiero: le nuove monoposto di F1 non piacciono. Al di là della complessità di guida, al di là delle nuove regole che rischiano di essere un pasticcio sì per i piloti ma soprattutto per il pubblico e gli appassionati, le sensazioni che queste vetture restituiscono non convincono.

Lo dice Charles Leclerc, lo dice Fernando Alonso, lo dice Sergio Pérez, lo dice Max Verstappen. Ed è noto che quando l’ex #1 esprime un parere, non è mai banale, tanto da assumere un peso specifico all'interno del Circus. Ma qual è quest’unico pensiero? Che le nuove macchine ricordano più quelle della Formula E che quelle di una Formula 1. E, la motivazione principale, risiede nella gestione dell’energia.

La Formula 1 è sempre stata sinonimo di velocità, di racing puro, di superamento del limite, di innovazione. Qui invece i piloti sono costretti a mettersi in modalità gestione, non solo in gara, ma probabilmente anche in qualifica, nel tentativo di ottenere una pole. Il rischio, quindi, è vedere i conducenti in lift and coast - termine reso ancor più noto da Ferrari lo scorso anno - anche nella ricerca della prestazione. 

Audi R26
La Audi R26 in pista a Sakhir

L’equivoco della centralità: se il pilota diventa un gestore e non un dominatore

E cosa resta di tutto ciò? Domanda lecita, a cui cerchiamo di dare una risposta. Le nuove monoposto di Formula 1 avevano dato l’idea di rimettere al centro il ruolo del pilota. In un certo senso è così, anche perché a questo punto, chi prima riesce ad adattarsi, chi prima capisce come gestire il tutto, sarà colui che potrà vincere. Ma dopo i test del Bahrain, la concezione del pilota come figura chiave, cambia.

Il ruolo centrale del driver è da intendersi - da sempre - nella gestione delle varie fasi di gara, come il comportamento che assume in un sorpasso, in un duello corpo a corpo, nello spingere al limite la monoposto, nell’ottenere una pole, nello stabilire un nuovo record sul tracciato, etc etc.

Mentre qui, il pilota diventa sì centrale, ma nel gestire e non nell’imporre, che diventa una differenza sostanziale. Il pensiero comune è che il pilota che fa la differenza è colui che riesce ad imporre il proprio stile di guida sulla vettura e non lasciarsi dominare da essa.

Ma ad oggi, la sensazione che emerge da questi primi tre giorni (poi certo, ci sarà evoluzione e magari la stagione smentirà tutto) è che il pilota rischia di affrontare il processo inverso, perché chiamato a fare i conti con la gestione di tutti questi nuovi elementi. Quindi torna al centro? Si, ma non nell’accezione a cui siamo abituati. 

L'incognita spettacolo: il rischio di una Formula 1 snaturata dai regolamenti

La Formula 1 moderna ci ha abituato sempre più a più circuiti veloci, dai lunghi rettilinei in favore di DRS e per lo più cittadini. Una scelta più volte criticata, in quanto lo spettacolo offerto dai layout storici, corti, con curve lente o a media velocità, smentiscono tale tendenza. Ne sono un esempio il GP del Brasile, il circuito di Imola, quello austriaco.

E allora subentra un altro quesito: la nuova generazione di monoposto non rischia di essere un boomerang per la Formula 1? Non rischia di costringere il Circus a rivedere la propria direzione per tornare a piste più “classiche”, capaci di offrire spettacolo con questi regolamenti?

Perché è vero, ci sono tutti i nuovi elementi di aerodinamica anteriore e posteriore, tutti i nuovi termini da annotare e imparare (come l’active mode), ma le parole espresse dai piloti, fanno emergere un aspetto in controtendenza con ciò che alla F1 sta a cuore: lo spettacolo. Il rischio sembrerebbe essere quello che i nuovi regolamenti snaturino lo spettacolo.

Ovviamente, ripetiamo, sono solo le prime sensazioni che emergono dal Bahrain. Magari la stagione ci smentirà, magari l’evoluzione delle monoposto ribalterà lo scenario descritto, rendendo tali parole insignificanti. Ma ad oggi, il mood è tutt’altro che positivo. 


Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui

Seguici e commenta sul nostro canale YouTube: clicca qui