Leclerc merita il riscatto: ora la Ferrari non ha più alibi
Il monegasco ha sacrificato anni preziosi della sua carriera sull'altare della fede rossa. È tempo che Maranello ripaghi quella fedeltà con una vettura da titolo mondiale

C'è una frase, tra quelle pronunciate da Riccardo Patrese ai microfoni di talkSPORT BET Slots, che dovrebbe essere stampata e affissa nei corridoi di Maranello come un monito con cui confrontarsi ogni istante: “Charles Leclerc è arrabbiato per non aver ancora vinto il campionato”. Questo ha dichiarato il plurivittorioso ex pilota italiano che ha rincarato la dose: “Vincere è una cosa che sia lui sia molte altre persone si aspettavano riuscisse a fare”.
Non si tratta di una sfumatura trascurabile, né di una boutade da riempimento di colonna giornalistica. È la fotografia fedele di un talento cristallino che, stagione dopo stagione, ha visto sfumare tra le dita opportunità che una monoposto più affidabile e competitiva avrebbe potuto tramutare in gloria iridata.

Leclerc non è un pilota che si è ritrovato a Maranello per caso o per convenienza contingente. Ha scelto la Ferrari con convinzione, la Ferrari ha puntato su di lui con altrettanta sicurezza. Charles ha rinnovato i propri impegni contrattuali in un'epoca in cui avrebbe potuto ambire ad altri lidi, ha incarnato con rara dedizione il ruolo di alfiere di una scuderia che porta il peso - talvolta opprimente - di una leggenda.
In cambio, ha ricevuto macchine ora lacunose sul piano dell'affidabilità, ora inferiori sul versante della prestazione pura, sempre insufficienti per scalzare chi, sul gradino più alto del podio iridato, si è seduto con una frequenza che è diventata abitudine. Ogni riferimento a Max Verstappen non è casuale.
La speranza dei test non basta: serve discontinuità con il passato
Patrese, uomo di sport con un bagaglio esperienziale smisurato, non si è limitato ad analizzare lo stato d'animo del monegasco. Ha allargato lo sguardo alla stagione che si apre, introducendo una nota di cauto ottimismo subito stemperata da una memoria storica impietosa: “La Ferrari è andata bene alla fine dei test. Per i nostri tifosi è positivo, ma molte volte hanno dimostrato di essere molto bravi all'inizio dell'anno e nei test, anche se poi non è successo nulla di positivo durante la stagione. Quindi dobbiamo aspettare di vedere cosa succederà”. Parole misurate quelle di un testimone che conosce il peso dei sogni infranti dopo inverni di promesse.
È precisamente in questo solco che si annida il pericolo più insidioso per il Cavallino Rampante: la ripetizione di un copione già visto troppe volte. Il cronometro dei test che seduce, la speranza che germoglia sovente all’alba di un campionato e poi l'inevitabile sgretolamento di quella certezza fragile sotto il peso di sviluppi mancati, strategie errate, aggiornamenti che non arrivano o che arrivano in ritardo irreparabile. Una routine vissute troppe volte a Maranello e che ora bisogna spezzare prima che i canti ammalianti giungenti da lontano si facciano cori assordanti.

Leclerc merita un posto nell’olimpo della F1
Eppure Patrese ha anche offerto l'altra faccia della medaglia, quella che ogni tifoso vorrebbe contemplare senza riserve: “[Leclerc] Vuole davvero diventare campione del mondo, è dell'umore giusto e, se dovesse avere una macchina competitiva, potrebbe davvero scontrarsi con uno come Max Verstappen”. Il condizionale, in questo caso, non è retorica: è la chiave di volta dell'intera questione. Leclerc ha la tempra, ha la fame, ha la maturità acquisita attraverso stagioni di frustrazioni metabolizzate senza mai cedere alla tentazione della fuga. Ciò che manca è sempre e soltanto il mezzo tecnico adeguato.
La Ferrari, dunque, si trova di fronte a un'obbligazione morale oltre che sportiva. Un pilota che ha votato la propria carriera alla causa rossa, che ha resistito alle sirene della concorrenza e che brucia - lo dice senza infingimenti un osservatore autorevole come Patrese - per il titolo che gli è stato sinora negato, merita finalmente una risposta all'altezza. Non nei comunicati stampa, non nelle dichiarazioni di circostanza al termine dei test invernali. Sulla pista, dove i conti si regolano senza appello e le promesse non hanno valore se non si è il primo a vedere la bandiera a scacchi.