Ferrari SF-26
Charles Leclerc durante i test di Barcellona

Nel periodo dell’anno in cui la Formula 1 prova a raccontarsi attraverso cronometri ancora privi di reale significato sportivo, i test invernali tornano a essere un terreno fertile per letture affrettate, aspettative gonfiate e messaggi indirizzati più all’esterno che alla pista. È proprio su questo terreno che Damon Hill, intervenuto al podcast “Stay on Track” di The-Race, ha offerto una riflessione critica che coinvolge direttamente la Ferrari e il suo approccio alle sessioni di test.

Secondo il campione del mondo 1996, la Scuderia di Maranello mostrerebbe una tendenza ricorrente a quello che lui stesso definisce, di fatto, una “corsa alla gloria” nei test, spinta da una pressione strutturale che porta il team a voler apparire competitivo anche quando i rivali scelgono deliberatamente di non scoprirsi. Hill individua in questa dinamica un rischio concreto, più comunicativo che tecnico, ma non per questo meno pericoloso.

Damon Hill, campione del mondo 1996

Ferrari e quel parallelo col passato

Nelle sue parole emerge un parallelismo con il passato, legato a due squadre che Hill conosce bene, Arrows e Jordan, entrambe realtà di centro gruppo che in epoche diverse hanno ceduto alla tentazione di inseguire il titolo simbolico di “più veloci nei test”. Una strategia che, se da un lato può soddisfare sponsor e ambiente mediatico, dall’altro rischia di trasformarsi rapidamente in un boomerang quando il confronto si sposta sul weekend di gara.

“È completamente inutile”, ha spiegato il figlio del grande Graham, entrando nel merito della questione. “I responsabili di questo approccio erano Tom Walkinshaw con la Arrows, e anche la Jordan. Non fatelo! Finirete solo per sembrare degli idioti quando arrivate alla gara e non siete veloci!”.

Il punto centrale, per il britannico, è il cortocircuito tra prestazione reale e narrazione esterna. Le squadre, sotto pressione, finiscono per utilizzare i test come una vetrina, svuotando i serbatoi o cercando il giro veloce a ogni costo per offrire ai partner commerciali un segnale immediato di competitività. Una scelta che risponde più a logiche di immagine che a un reale percorso di sviluppo.

“Lo fanno perché gli sponsor vogliono una spinta positiva. Vogliono avere qualcosa di cui vantarsi”, ha aggiunto l’ex pilota britannico, sottolineando come la spinta non arrivi necessariamente dal reparto tecnico, ma da un ecosistema che ruota attorno alla squadra.

In questo contesto, Hill include anche la Ferrari tra le realtà che sembrano maggiormente esposte a questo tipo di pressione. Il riferimento non è astratto, ma legato a episodi recenti, come i test dello scorso anno, quando la Ferrari fece segnare il secondo miglior tempo assoluto con Lewis Hamilton, salvo poi ritrovarsi a occupare la quarta fila sulla griglia di partenza del Gran Premio d’Australia e sprofondare sempre di più nell’arco di un mondiale da dimenticare con una macchina, la SF-25, che non passerà alla storia del Cavallino Rampante.

“Anche la Ferrari sembra essere piuttosto brava a fare questo. Sentono la pressione di dover semplicemente ottenere un tempo sul giro”, ha osservato Hill, lasciando intendere come a Maranello il peso delle aspettative storiche e mediatiche finisca per condizionare anche il modo di affrontare sessioni che, per definizione, dovrebbero restare “opache”.

Lewis Hamilton Ferrari SF-26
Lewis Hamilton prende confidenza con la Ferrari SF-26

Il confronto implicito è con squadre come Mercedes o Red Bull che, secondo Hill, hanno costruito nel tempo una cultura tecnica e comunicativa diametralmente opposta. Milton Keynes, nello specifico, viene citata come esempio di gestione consapevole delle informazioni e dei dati raccolti, capace di separare il lavoro interno dalla necessità di mostrarsi.

“Penso che la Red Bull sia molto brava a tenere la polvere asciutta e a non scoprire le proprie carte”, ha concluso Hill, sintetizzando una filosofia che negli ultimi anni ha trovato riscontro nei risultati in pista.

Ferrari ha davvero bisogno di “pompare” sui tempi?

Le parole di Damon Hill rappresentano quasi un atto d’accusa, una lettura comunque esperta di dinamiche che la Formula 1 continua a riproporre ciclicamente. Nonostante ciò sembrano un po’ troppo pesanti per un team glorioso come quello di Maranello che di certo non ha bisogno di certi mezzucci per emergere. I test restano un esercizio complesso di interpretazione e mentire non è mai una strategia vincente. Ferrari lo sa. Hill, forse, un po’ meno…


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