Ferrari SF-26 test Barcellona
Charles Leclerc macina chilometri a bordo della Ferrari SF-26

Il tema del degrado pneumatici rischia di diventare uno dei veri spartiacque tecnici della Formula 1 2026. Non sarebbe una novità, considerando che nelle stagioni passate ha vinto chi è riuscito a “sussurrare alle gomme”. I primi riscontri emersi dallo shakedown di Barcellona non hanno acceso alcun campanello d’allarme. Ma non è detto che tutto possa filare liscio nello sviluppo del mondiale. Se una cosa non è udibile non significa necessariamente che sia un segnale sottovalutabile.

Le nuove vetture, pur alleggerite e con carichi aerodinamici complessivamente inferiori rispetto all’attuale generazione, presentano una caratteristica che emergerà man mano che le condizioni si faranno più vicine a quelle reali: una potenza elettrica - e complessiva - molto elevata in uscita di curva. A Montmelò i piloti hanno già iniziato a percepirne gli effetti, arrivando a dover modulare l’acceleratore con una cautela inusuale per una Formula 1 moderna.

La MCL40 in azione sulla pista di Montmelò

Trazione brutale e restringimento gomme: un problema per la F1 del 2026?

Il quadro si complica ulteriormente se si considera il cambiamento dimensionale degli pneumatici. Le coperture 2026 sono più strette di 25 mm all’anteriore e di 30 mm al posteriore, una scelta regolamentare finalizzata alla riduzione della resistenza aerodinamica, ma che ha un impatto diretto sulla finestra di utilizzo della gomma, sulla capacità di scaricare coppia a terra e, soprattutto, sulla gestione termica.

Il nesso è evidente: meno superficie di contatto, più potenza disponibile, maggiore stress longitudinale. Il rischio di degrado, in particolare sull’asse posteriore, è strutturalmente più alto. Non a caso Andrea Kimi Antonelli ha sintetizzato il problema in modo netto, spiegando che "pneumatici più piccoli, maggiore potenza, maggiore degrado, soprattutto per le gomme posteriori" e avvertendo come "possa essere più difficile gestire la quantità di potenza che utilizziamo in curva".

Tuttavia, i test di Barcellona non hanno ancora restituito un quadro realistico. Nessuna squadra ha realmente cercato il limite, né in termini di carico sul long run né nella gestione aggressiva dell’erogazione. Lo shakedown catalano è servito più a validare concetti, correlare dati e verificare l’integrazione dei sistemi ibridi che a stressare pneumatici e vetture in condizioni estreme.

Russell avverte Verstappen: "Voglio batterlo per il titolo"
George Russell, pilota Mercedes

C’è poi un fattore di contesto spesso sottovalutato: Montmelò non è una pista traction limited. Il Circuit de Barcelona-Catalunya è storicamente un tracciato che mette sotto pressione l’avantreno, la stabilità in appoggio e la gestione delle temperature anteriori nelle curve medio-veloci. La trazione pura e il carico longitudinale in uscita di curva non rappresentano il suo punto critico principale.

Per questo motivo, molte delle difficoltà potenziali legate alle gomme posteriori potrebbero semplicemente non essersi manifestate. Non perché assenti, ma perché non ancora sollecitate.

Il vero banco di prova arriverà nei prossimi giorni in Bahrain. Sakhir è l’esatto opposto di Montmelò sotto il profilo dinamico: tracciato rear limited, caratterizzato da forti staccate seguite da ripartenze lente, elevata richiesta di trazione e temperature dell’asfalto tradizionalmente severe. È qui che il compromesso tra potenza elettrica, mappature, differenziale e pneumatici posteriori verrà messo a nudo.

I test del Bahrain saranno quindi di importanza centrale non solo per iniziare a delineare i valori prestazionali, ma soprattutto per capire chi avrà già trovato una chiave credibile nella gestione degli pneumatici. Non si tratterà soltanto di osservare il degrado in termini assoluti, ma di analizzare la consistenza sul long run, la capacità di mantenere la finestra di lavoro e la sensibilità alle variazioni di carico e temperatura.

Ferrar SF-26 Barcellona
Lewis Hamilton ai box a bordo della Ferrari SF-26, test Barcellona 2026

F1: vince chi legge meglio le gomme

Negli ultimi anni la Formula 1 ha dimostrato con chiarezza che il controllo del degrado è il vero fattore abilitante della prestazione. Più della velocità di punta, più del carico massimo, più del giro secco. Le squadre che hanno costruito i propri successi lo hanno fatto partendo dalla capacità di far lavorare la gomma nel modo corretto, adattando telaio, sospensioni, aerodinamica e gestione della power unit a un equilibrio fragile ma decisivo che si palesa in gara, non al sabato. Fare la pole, sovente, non è stata garanzia di successo. 

Con il regolamento 2026, questo tema non solo resta centrale, ma rischia di diventarlo ancora di più. Gomme più piccole, potenze elevate e rilasciate in maniera più brusca in presenza di carichi aerodinamici ridotti non concederanno margini. Chi sbaglierà la lettura del degrado rischierà di ritrovarsi con una F1 teoricamente veloce ma quasi inutilizzabile sulla distanza gara. Il Bahrain, in questo senso, non dirà tutto. Ma dirà abbastanza per capire chi ha già imboccato la direzione giusta.


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